martedì 18 settembre 2018

Ancora sui titoli di libri (stavolta con Andrea De Carlo)

"Il nuovo, imperdibile romanzo di Andrea De Carlo, al suo grande “debutto” con La nave di Teseo" diceva lo strillo della newsletter della casa editrice arrivata alla casella di posta. D'accordo, si capisce da come ho iniziato il post: confesso che quanto ha fatto vedere sinora questa casa editrice non mi è sembrato particolarmente interessante. Chiaramente ho letto solo qualcosa di un catalogo che è diventato in poco tempo vastissimo, ma ognuno ha delle simpatie, anche in ambito editoriale. Di De Carlo ricordo un titolo di successo, Due di due, preso e letto molti anni fa nella collana "Miti" di Mondadori. Ora, con questo Una di Luna, mi sembra che si sia fatto leva su quel successo e sulla memoria di quel titolo per dare un titolo al nuovo libro che costituisce il debutto per la casa editrice. Fin troppo evidente è la (minima) distanza tra "Due di due" e "Una di Luna". Struttura simile, con piccola variazione: "Una di Luna" si avvicina davvero a un "Una di *una". Credo che queste dinamiche si siano palesate nel momento della scelta del titolo che, come si sa, nell'ambito dell'editoria, ha sempre qualche potenziale e ricaduta sulla percezione e vendita di un libro (il titolo è il product naming dell'editoria, in fondo). Gli esempi sono molteplici e interessanti diventano anche le vicende dei titoli tradotti, ma questa è un'altra storia.

lunedì 10 settembre 2018

Epic fail o adattamento? Coca-Cola e il rebranding di Fuze Tea nella Svizzera tedesca

Un milione di franchi, a tanto ammonta il costo dell'operazione di rebranding dell'iced tea di Coca-Cola Fuze, una marca che inizia a farsi notare anche nel panorama italiano da qualche tempo, in un mercato vivace qual è quello delle bibite alternative da consumare fresche. Il punto è presto spiegato: il brand "Fuze", che intende essere una parola-nome che evoca gusto, frutta, mescolanza, così come scritto, con la lettera "z", nella Svizzera di lingua tedesca evoca le parti intime femminili. Chiaramente, in una situazione del genere, ci avviciniamo a uno dei classici casi di epic fail del naming. In questo caso però non si può però parlare di epic fail, perché il brand "Fuze" esiste da molti anni, dal 2000, e la crescita importante della marca ha attirato l'attenzione di Coca-Cola circa una decina d'anni fa, quando il colosso acquisì il brand nel suo portafoglio, già ricco di marchi. Il problema con la Svizzera di lingua tedesca si riscontra pertanto solo nel momento in cui il brand si espande e migra altrove. È più corretto quindi parlare di rebranding con adattamento (tra l'altro, secondo la pagina Wikipedia linkata sopra, il marchio "Fuse" è adottato come alternativa anche in Turchia). E la Germania? Lì quella parte intima femminile si pronuncia con la "o" e per tale motivo non si è optato per un rebranding anche in quel paese.

lunedì 3 settembre 2018

Come chiamare la carne di laboratorio ovvero il punto sulla "clean meat"

Il mondo cambia velocemente, le abitudini alimentari anche e sono spesso nel cono d'attenzione. Questo fatto comporta necessità di ridefinizione semantica anche nel mondo del business e del consumo. Abbiamo già visto il caso del "sapone non sapone", e ora anche un articolo di "Wired" pone il problema di come chiamare qualcosa che ha tutte le caratteristiche chimiche e magari organolettiche della carne ma che non è la solita "carne prodotta da macellazione" che si è soliti acquistare e consumare, insomma, la carne creata in laboratorio, la "clean meat". In questo contesto tralasciamo il punto di vista chimico, che ci dice che una porzione di carne macellata e una porzione di "clean meat" possono essere identiche e concentriamoci sull'aspetto del processo di produzione e, conseguentemente, su quello della vendita e del consumo di queste due diverse porzioni. Qui, come sempre, starà il nostro accento e il nostro punto di vista. Si tratta di qualcosa di curioso: il linguaggio ordinario deve inventare il nome che non esiste, sostituendosi a qualcosa di ben sedimentato nell'immaginario alimentare mondiale (deve inventare una product category). In questo scenario chi primo arriva potrebbe inventare il brand che dà il nome alla nuova categoria merceologica, come è successo tante volte con prodotti innovativi. Ma qui ci stiamo avvicinando a un problema che sembra più sostanziale e generalizzato: se da sempre la carne è carne, come chiamare qualcosa che può essere chimicamente e magari anche dal punto di vista organolettico identico alla carne ma che è stato prodotto senza l'uccisione di animali? Nella foto accanto, un recente libro di Paul Shapiro intitolato Clean Meat: How Growing Meat Without Animals Will Revolutionize Dinner and the World che affronta proprio questo tema al quale abbiamo accennato. Il punto è se si imporrà la dicitura "clean meat" oppure se assisteremo all'affermarsi di una nuova dicitura per la categoria di prodotto, che inevitabilmente diventerà una sorta di brand.

giovedì 16 agosto 2018

DAZN e l'importanza della pronuncia del nome

"DAZN is the world's first truly dedicated live sports streaming service. Available on Smart TV, mobile devices & more." Questo in sostanza il servizio di cui gli sportivi sentono parlare da tempo, nelle pubblicità di aeroporti, in TV, su web. Lo spot che gira in questi giorni indugia sulla pronuncia. Si può dire che è uno spot costruito attorno al naming e alla sua pronuncia. È probabile che, nel lanciare questo servizio in paesi come l'Italia, quelli di DAZN si siano posti il problema di un nome così ostico, con quell'incontro di consonanti difficile alla fine, Z+N. Per togliersi ogni dubbio guardiamo il video dello spot, con Paolo Maldini che viene puntualmente istruito. Questo esempio ribadisce la fondamentale questione della pronuncia di un nome, tanto fondamentale che si può pensare di costruirci attorno uno spot (e non è certo la prima volta che questo accade).


lunedì 6 agosto 2018

I naming delle tecnologie e dei concetti: un esempio tra le auto con Peugeot i-Cockpit®

Nel settore automobilistico i differenti aspetti del fondamentale (e spesso decisivo) tema del design si dividono tra esterni e interni. Chi disegna la linea esterna dell'automobile dà un contributo notevole al successo del modello. Anche gli interni sono comunque importanti: in fondo le nostre auto le viviamo più dall'interno, anche se ci preoccupiamo di quale aspetto (e sopratutto colore!) hanno all'esterno. Nelle stesse aziende automobilistiche, le diverse funzioni "stile" si dividono tra interni e esterni. Non è detto che gli interni siano meno importanti nel successo di una vettura. In un'ottica di "experience" tutto è determinante in ciò che va a definire l'esperienza del cliente. ln casa Peugeot, ad esempio, già da qualche tempo è il concetto di i-Cockpit® a tenere banco. Si tratta di un nuovo concetto di abitacolo formato da volante compatto, head-up display e ampio touch screen, ciò che per la casa francese costituisce un mix equilibrato per un comfort di guida ottimale. Questo tipo di tecnologia o sistema di guida ha ricevuto il proprio naming e punta a essere un brand nel brand, distintivo dell'esperienza di guida Peugeot. Ogni casa costruttrice infatti lancia diversi brand assieme ai propri modelli di auto. Il caso di Peugeot, da un punto di vista di naming, è curioso perché se da un lato strizza l'occhio all'aviazione (cockpit è la cabina di pilotaggio) dall'altro vuole strizzare l'altro occhio al mondo digitale e a Apple in particolar modo, vista la presenza di "i-" prima di "Cockpit".

lunedì 23 luglio 2018

FICO, fabbrica italiana contadina a Bologna

FICO è un acronimo e fino a qui non c'è molto di nuovo: gli acronimi furoreggiano, non solo nel mondo dei musei d'arte. Chiaramente è un po' più di un acronimo, perché "fico" sta sia per l'esclamazione educata e ripulita per dire "bello, gagliardo", sia per il frutto raffigurato nel logo qui accanto, frutto con un forte portato simbolico e divenuto quasi sinonimo di lusso. Di cosa parliamo oggi? Andando nel dettaglio dell'acronimo scopriamo che parliamo di Fabbrica Italiana Contadina di Bologna, il più grande centro commerciale o parco a tema dedicato al cibo, sorto nella zona dell'ex CAAB, Centro Agro Alimentare di Bologna. Da centro agroalimentare al più grande parco agroalimentare del mondo, con la peculiarità di un naming che unisce inequivocabilmente due mondi e due immaginari, quello della fabbrica e quello del contado, nel nome di un frutto. Il concept e la gestione del parco hanno già fatto molto discutere, ma questi aspetti interessano poco un blog sul naming. Certo per noi è che l'espressione che l'acronimo-naming sintetizza è quantomeno bizzarra. 

martedì 17 luglio 2018

Esselunga, straordinario quotidiano. Altri appunti di verbal branding

Abbiamo sempre parlato di verbal branding come sfera molto vicina al naming. Con verbal branding intendiamo infatti tutti i dispositivi "verbali" di comunicazione di una marca (nome, payoff, campi semantici a cui fa riferimento, storia della sua lingua ecc.). Ad esempio se pensiamo alla marca di yogurt Müller sappiamo che dal punto di vista del verbal branding ha sempre sostato nei territori del piacere, della seduzione e con evidenti allusioni alla sfera dell'amore anche carnale. Tra gli esempi di verbal branding più efficaci registrati, mi sembra che Esselunga possa dirsi in una posizione di spicco. La catena della grande distribuzione, con il suo payoff "Straordinario quotidiano" unisce in un ossimoro e nel contrasto di due aggettivi/sostantivi intercambiabili la quotidianità dell'atto del comprare e del consumo e la straordinarietà dell'assortimento e dell'offerta. Non è facile sintetizzare in un'espressione così efficace un universo di valori che l'insegna intende occupare e medianti i quali vuole posizionarsi nella testa dei consumatori. 

lunedì 2 luglio 2018

Iliad, nome nuovo per il mercato italiano

Iliad, società francese operativa nel settore delle telecomunicazioni, non è certo una realtà nuova. Ha già quasi trent'anni di vita. Certo per il pubblico italiano che vede ora gli spot in televisione il nome può suonare nuovo. E in questo periodo dove si moltiplicano le schede SIM attivate da questo nuovo operatore, vale la pena fare qualche considerazione su questo naming davvero interessante. Interessante perché rimanda alla parola inglese per "Iliade", certo, ma anche per una sonorità liquida e luminosa confermata e "bloccata" dalla lettera "d" finale. Appare come naming che non presta il fianco a mispelling e questo fatto è fondamentale nell'ottica di esportazione di un brand, scenario che come vediamo si sta verificando in questi giorni. Insomma, Iliad appare come un naming foneticamente molto interessante e persino coraggioso dal punto di vista semantico, se consideriamo che tra i vari significati della parola si registra anche nei dizionari inglesi "a long series of woes and travails".

venerdì 8 giugno 2018

Renault Twizy e il valore fonosimbolico della "y"?

L'altra mattina avevo davanti una Renault Twizy, quadriciclo elettrico prodotto da Renault a partire dal 2011. Il futuro della mobilità è elettrico, si dice, ed è curioso osservare cosa si muove per le strade. Cercando qualche notizia sul nome ho trovato questo post di Linda Liguori, sempre puntuale e dettagliato come tutti i suoi post, che in passato non avevo notato o che comunque mi era sfuggito. Leggetelo, perché è interessante ed è un'analisi di naming impeccabile, come sono tutte le sue analisi. Come nota Linda Liguori il finale in "y" richiama qualcosa di piccolo, "friendly" e ludico. Ecco, mi chiedo: questo è un classico caso di fonosimbolismo o è più qualcosa legato alla consuetudine, all'uso e alle mode del linguaggio dei nomi di marca? Voglio domandare: c'è una relazione tra l'essere piccolo/friendly/ludico e l'usare una lettera "y" nel finale? L'impianto teorico del fonosimbolismo, a partire dalla Gestalt di "takete" e "maluma", ha un suo portato teorico notevole, sfruttato ampiamente nell'ambito del naming. Tuttavia in questo peculiare mondo dei nomi di marca e prodotto moltissimo è dato dalle consuetudini di denominazione. Non credo che la "y" finale abbia incorporata la valenza dell'essere piccolo/friendly/ludico, credo che questo riconoscimento derivi più dall'uso e quindi ci si sposti sui terreni della pragmatica. La pragmatica mi sembra a tutti gli effetti la parte della linguistica più feconda per avvicinare lo studio del naming a livello globale.

mercoledì 23 maggio 2018

La creazione del nome di dominio tra brand e parole chiave

Nella creazione di nomi di dominio, attività quotidiana che riguarda sicuramente molte persone nel mondo, ci si trova spesso ad affrontare - in tutta velocità - un bel dilemma. Il nome di dominio infatti seguirà l'attività economica o il prodotto che intende veicolare su web. Ora, come sotto gli occhi di tutti, pare vi siano due strade principali per la creazione di nomi di dominio: da un lato la ricerca di una parola brand che posizioni il prodotto, il servizio o l'azienda (fu il caso di subito.it, oggi a tutti gli effetti vero brand del digitale), e dall'altro la presenza di parole chiave descrittive che rendano più veloce e immediata la presenza del sito nei motori di ricerca (ad esempio il sito tele-cinema.it per chi cerca servizi di telecinema con il fine di restaurare, recuperare e digitalizzare filmati in pellicola). Chiaramente anche un dominio del secondo tipo può diventare brand, sebbene sia più difficile creare un brand a partire dall'unione di parole comuni che servono solo a favorire il traffico e l'indicizzazione sui motori di ricerca. In linea di massima quindi è bene porsi qualche domanda nel momento in cui si deve procedere alla registrazione di uno o più domini per un'azienda, cercare di essere lungimiranti, di valutare anche le parole più brevi e efficaci, inattaccabili da digitazione errata (nel riquadro in alto è sintetizzata l'operazione di rebranding grafico di subito.it, dove è sparita l'accozzaglia di prodotti stilizzati dentro la lettera "o" ed è sparito il ".it").


giovedì 3 maggio 2018

Origine del nome "Oreo"

Una volta una persona mi raccontò di aver visto, durante un viaggio in un paese dell'Asia, i biscotti "Oseo", chiara imitazione dei più celebri "Oreo". A un veneto questo naming fa sorridere, prima di tutto perché è un'imitazione e secondo perché vuol dire, in dialetto, "uccello". Questo aneddoto  ci parla della popolarità di questo biscotto farcito e scuro, lanciato nel 1912, il quale non era poi così diffuso in Italia, almeno fino a qualche decennio fa. Il concorrente che per primo viene in mente, almeno nel nostro paese, è Ringo, biscotto analogo anche se con caratteristiche diverse, un brand Pavesi sostenuto negli anni da massicce campagne pubblicitarie. Oggi mi sembra che Oreo abbia una larga diffusione anche in Italia, ma ovviamente bisognerebbe avere dei dati alla mano. Veniamo al nome "Oreo" e alle sue origini. Questa volta non siamo in grado di raccontare una storia certa. Alcuni vedono un rimando a "Or", parola francese per "oro" (e si potrebbe pensare anche al latino "Os, oris" per bocca), altri al greco "Ωραίο" che rimanda al gusto, alla bellezza e alla bontà. Sempre sulla pagina inglese di Wikipedia leggiamo che altri pensano che il nome sia stato dato per la brevità e la facilità di pronuncia, altri ancora da "Oreodaphne". Proprio quest'ipotesi sembra accreditata nel libro Bravetart. Iconic American Desserts di Stella Parks, perché una corona d'alloro era presente nel design originale di Oreo e questo rimando vegetale vale anche per altri biscotti della Nabisco. Va notato che in certi casi fa anche gioco mantenere un alone di mistero sulle origini del nome di un prodotto divenuto iconico e imitato. 

L'articolo più completo su Oreo e le origini del nome mi è parso questo. Curiose infine sono le attestazioni che vogliono "Oreo" come termine dispregiativo per riferirsi a una persona di colore con una mentalità da bianco (si legga qui e qui).