mercoledì 12 febbraio 2020

Skinners: i calzini-calzatura leggeri, resistenti, lavabili e sicuri come nuova opzione per il barefoot

"Freedom of socks. Protection of shoes. The lightest barefoot option. The only lightweight option that will keep you truly protected." Queste alcune delle promesse di un innovativo prodotto sviluppato in Repubblica Ceca e distribuito in diversi paesi, come si evince dal sito. L'impiego di polimeri antiabrasione ha consentito la realizzazione di questi calzini leggeri, trasportabili, lavabili, proteggenti. Gli impieghi che si possono immaginare sono molteplici, dalla corsa (ovviamente nei casi in cui l'ammortizzazione non è un problema) alla camminata, dagli sport acquatici a certi lavori, dalla palestra alle coste (certi scomodi sandali da scoglio possono così diventare un brutto ricordo). Insomma, gli argomenti a favore di questo prodotto sono molteplici e tutti da monitorare, a maggior ragione se troveranno in certe categorie professionali, mediche o paramediche, dei prescrittori. Nel frattempo, per chi volesse dare un'occhiata al sito italiano, questo è il link.

E il naming? È evidente il rimando all'impronta barefoot, alla pelle, alla sensazione di nudità che questa calza-calzatura vuole ricreare e offrire. Skinners è quindi un nome che posiziona subito bene il prodotto e si fa capire su scala internazionale. Il principale scoglio, per l'affermazione commerciale di un prodotto del genere, appare il feticismo calzaturiero particolarmente vivo in un paese come l'Italia. Ma niente è eterno, anche nel mercato e in caso, per questo, ci sono gli influenzatori che risultano particolarmente efficaci di questi tempi a spostare la direzione dell'aria che tira.



venerdì 24 gennaio 2020

Triporous™, la nuova fibra di Sony realizzata con la lolla di riso

Non solo Walkman. L'azienda giapponese Sony ha presentato la propria ultima innovazione. Si chiama Triporous™ ed è un materiale di carbonio poroso realizzato con lolla di riso. Secondo quanto apprendiamo dai materiali informativi, grazie alla sua microstruttura brevettata con tre diverse dimensioni dei pori, Triporous™ offre potenziali applicazioni in un'ampia gamma di settori, dalla purificazione dell'acqua e dell'aria, al settore tessile. Il nome è evidentemente ispirato alla struttura e alla chimica del materiale. 
Denominare un nuovo materiale è una sfida interessante e cadiamo nell'alveo del naming B2B, quindi del naming di un prodotto che un'azienda venderà a un'altra azienda. Ci sono delle specificità per il naming B2B? Credo che quanto la teoria del naming ha prodotto per l'universo B2C valga anche per operazioni di naming B2B. Tuttavia è altrettanto vero che le dinamiche attraverso cui un prodotto si può imporre nel mercato B2B sono assai diverse di quelle del mercato B2C e per questo anche il naming può concedersi qualche licenza. Il caso di Triporous™ ci riporta dritti a Lycra, tipico esempio di materiale denominato in ottica B2B e poi divenuto popolare anche presso i consumatori finali. 
Informazioni a questo link e di seguito un paio di video.




martedì 14 gennaio 2020

Dare il nome a una app. Il caso di Strava

Abbiamo già parlato dei casi, sempre più frequenti in cui il serve il nome per denominare una app. Dato l'alto tasso di natalità di app, è normale che il naming sia spesso chiamato in causa e protagonista. Un buon nome per una app, come del resto un buon nome per qualsiasi tipo di prodotto o servizio, può fare la differenza in termini di percezione o fortuna. E come sempre il naming da solo non basta, ma è un tassello importante della costruzione dell'identità. 
Oggi cito il caso di Strava, app progettata da atleti per atleti. App mobile e relativo sito web di Strava mettono in contatto corridori e ciclisti attraverso gli sport che amano. Per avere un'idea più completa delle caratteristiche è sufficiente andare qui. L'origine è scandinava, come quella di brand affini, quali Suunto o Polar. Ma il nome? Come è possibile leggere estesamente qui, "Motivation, after all, is at the core of Strava. The name itself means to strive in Swedish. Strava representative Nichole Teixeira explained, “The company’s co-founder and President Michael Horvath is Swedish (born in the States but lived in Sweden as a child). When he and his co-founder Mark Gainey were looking for a name for the company, they picked out a Swedish word describing what they wanted the company to be about. The word Strava spoke to exactly what they wanted to create; a company that helps you strive and helps you achieve something you didn’t think was possible.”

mercoledì 20 novembre 2019

Rebelle, un nome per lo shop online di moda, di marca e di seconda mano

C'era da immaginarselo che il web potesse avere presto la sua piattaforma di riferimento per l'abbigliamento griffato e autenticato di seconda mano. E così, all'insegna di un colore molto vicino al celebre blue Tiffany, assistiamo anche agli spot tv di rebelle.com, che mira ad attestarsi come nome di riferimento per gli acquisti online di moda di marca e di seconda mano. Sell & buy secondhand designer fashion online, questa la promessa che si legge alla fine di uno spot giocato all'insegna della trasgressione, di un montaggio assai ritmato dove, come sempre quando si parla di ecommerce, gli imballi dal colore simil blue Tiffany di rebelle.com fanno la loro comparsa tra seni censurati, accenni a serpenti o bambole che bruciano. Lo spot è allineato con un naming che gioca con "rebell-ion", "re-belle", "ri-belle" (quantomeno per chi parla italiano). Il punto che si può evidenziare, osservando questo naming, è che come sempre spostando poco si possono ottenere nomi efficaci, che poi possono essere gestiti e declinati in ottica di branding. Insomma, sin da quando i Beatles hanno messo una "a" al posto di una "e" in Beetles, con piccoli accorgimenti si possono ottenere nomi efficaci e, appunto, gestibili. E pure brevi. Ma le cose, per la cronaca come stanno? Rebelle.com è stata fondata ad Amburgo nel 2013 da Cècile Wickmann, oggi trentacinquenne.  Rebelle sta per “Re” re-commerce e “belle” che sta per bella. Tuttavia, come abbiamo visto, la parola coniata da questa fusione allude anche ad altri significati.


martedì 22 ottobre 2019

Quando il nome del dominio internet aiuta l'operazione promozionale

Il supermercato dove spesso mi reco a fare la spesa ha un catalogo premi come quasi ogni supermercato. La catena è Alì, con l'accento sulla "i", e spesso nelle operazioni di marketing gioca proprio sul proprio accento. Il catalogo premi si trova anche nel sito alisupermercati.it, in una sezione dedicata, ma è stato registrato pure un dominio internet a parte, premiali.it, al quale sono dedicate apposite affissioni nel punto vendita. Il nome di dominio è chiaramente in grado di espletare sinteticamente una duplice funzione: da un lato la contrazione tra le parole "premi" e "alì" e dall'altro la creazione di una parola dal senso compiuto, nella fattispecie un imperativo. Se si digita premiali.it si viene indirizzati su alisupermercati.it, nell'apposita sezione dedicata al catalogo premi. Tutto questo serve per dire, anzi per ribadire, che un buon dominio internet scovato libero, breve, funzionale e sensato può aiutare in operazioni promozionali e di branding. 

sabato 21 settembre 2019

Italia viva: ancora sul naming dei partiti politici

(NESSUNA IMMAGINE, IN ATTESA DEL SIMBOLO)

Si è già scritto altre volte sul naming dei partiti politici. In un frangente storico in cui si parla serenamente di "offerta" politica, diventa tristemente evidente che un partito è un "prodotto" posizionato in un dato "mercato" verso il quale il "consumatore-elettore" può orientare la propria preferenza. Ho scritto tristemente e usato tutte queste virgolette perché non era questo quell'avvenire che gli occhi "avevano sognato", per citare Luigi Tenco e deve ancora ripugnare l'idea del voto come merce. Tuttavia da anni ci siamo abituati a questo modo di riferirsi alla scena politica e anche giornali blasonati non si fanno troppi problemi a pubblicare articoli che seguono queste linee di pensiero. Non ci formalizziamo più nemmeno noi, ma delle distinzioni di tanto in tanto non guastano. Dopo decenni di sigle in P-, il nome "Italia" ha iniziato a presenziare nel naming dei partiti politici (da Forza Italia a Italia dei Valori, per esempio). Prendiamo ora il nome del neonato partito di Matteo Renzi: due parole, un sostantivo e un aggettivo che all'occorrenza potrebbe essere interpretato come un'esclamazione, se solo vedessimo il nome in una torsione quale "Viva Italia", che ricordi così da vicino quel Forza Italia che faceva pensare agli stadi. La scelta di ricorrere alla parola "Italia" nel nome non mi sembra del tutto azzeccata: è evidente che un'offerta politica, se vogliamo usare i termini con i quali è iniziato questo post, deve andare oltre i confini di una nazione e il caso di un partito crescente come la Lega dimostra come premi semmai abbandonare determinati connotazioni territoriali. E l'aggettivo "viva" cosa aggiunge di rilevante? Quale progetto e programma sottende? A conti fatti, mi sembra un naming che non nasce sotto i migliori auspici. Mi si dirà che quello che conta è la scelta dell'aggettivo "viva", indicatore di vitalità, speranza, futuro eccetera, ma si tratta di un pleonasmo, perché da quel che so la politica la fanno i vivi per i vivi (a proposito, male non sarebbe se si i politici tutti affrontassero con meno ipocrisie e meno fifa le leggi che disciplinano la fine della vita). Curiosamente il nome è stato svelato prima del simbolo, ma il fatto è comprensibile perché questa entità doveva iniziare a essere nominata dai giornalisti e essere data in pasto ai media. Il primo passo del naming non sembra quindi aggiungere un ingrediente di novità. Ora restiamo in attesa del simbolo e, se le premesse di questo post sono valide, è curioso che si parli ancora di simbolo e non di logo.

domenica 1 settembre 2019

Alexa, Cortana, Siri e Assistant. Il naming degli assistenti vocali

Si è letto anche nel bel libro di Adam Greenfield, Tecnologie radicali. Il progetto della vita quotidiana (Einaudi): il naming degli assistenti vocali dei grandi brand che stanno colonizzando la nostra quotidianità è spesso femminile e determina l'adozione di una voce femminile. Perché si verifica questa situazione? Perché le ricerche avrebbero stabilito che gli umani, a più latitudini e longitudini, in casi di interazione del genere prediligono avere a che fare con un simulacro-interlocutore femminile che risponda magicamente alla wake word. Come è normale che sia, questo fatto ha scatenato polemiche relative al rafforzamento di gender bias (potete leggerne qui su "The New York Times"), oppure alle dinamiche sessiste (di cui, tra gli altri, si legge qui su "la Repubblica"). I nomi in questione, al momento, sono quelli ripresi dall'immagine accanto: Alexa per Amazon, un più prosaico Assistant per Google, Siri per Apple (che può contare in una voce sia femminile che maschile) e Cortana per Windows 10. Il naming e la scelta del tono di voce con cui interagire è solo una prima parte di una storia ancora tutta da scrivere nell'interazione uomo-macchina, ora che questa interazione diventa qualcosa di più domestico, per quanto non necessariamente addomesticato e addomesticabile, come il citato libro di Greenfield brillantemente dimostra; poiché la questione del gender è più che mai all'ordine del giorno, per forza di cose impatterà con futuri casi di naming, dal momento che il nome è così sovente collegato alla questione del genere. In altre parole, siamo solo all'inizio.

lunedì 22 luglio 2019

Adez, la linea di bevande vegetali e vegane acquisita da Coca-Cola

Un curioso caso da seguire è quello di Adez, marchio di bevande vegetali e vegane in portafolio di Coca-Cola Company. Il brand ha origine in Argentina, dove prende il nome di "Ades", parola che sta per "Alimentos de Semilla". Ades rappresenta un caso di marchio nazionale cresciuto nell'arco di un trentennio e ora ancor di più parallelamente alla crescita del mercato di prodotti veggie o vegani. La cosa che ci interessa non è tanto l'acquisizione da parte di Coca-Cola di un marchio locale particolarmente "in salute" (dentro e fuori metafora), bensì l'origine del nome e il suo successivo adeguamento in Adez, al fine preciso di ottenere un'uniformità di pronuncia in tutti i paesi europei (con l'esclusione della Spagna). Infine, passando ad osservare il logo, si nota come questo sottolinei anche la "completezza alfabetica" con il maggior corpo delle lettere A e Z (situazione che può richiamare alla mente i casi di AZ o di Amazon). Per approfondire si può andare qui.

martedì 2 luglio 2019

Kidult, il brand di Mabina che ricorda una fusione di parole

Nel settore della gioielleria capita che una linea di prodotti abbia un successo che potremmo definire "virale", rapido e vasto. Pensiamo al passato e al caso di Nomination oppure al caso più recente di Pandora, azienda e brand danese che ha avuto davvero una grande penetrazione di mercato, soprattutto con i propri bracciali. Insomma, in un panorama di nomi inteso in senso allargato che davvero fatica a regalare grandi sorprese - anzi, diciamolo una volta per tutte, il naming sta battendo davvero la fiacca in certi settori un tempo in grado di riservare belle e frequenti sorprese - questo settore merceologico riserva tuttora dei casi interessanti da analizzare, sia dal punto di vista del design, sia dal punto di vista delle strategie commerciali, sia dal punto di vista della costruzione di brand e quindi anche dal punto di vista del nostro naming. Stavo pensando ad esempio alla linea Kidult di Mabina, che chiaramente rimanda alla fusione di due parole di segno opposto, "Kid" e "Adult". Se pensiamo all'attualità di espressioni come "Young adult" (in ambito editoriale), ci accorgiamo anche dell'attualità e della curiosa attitudine di questa denominazione per la la linea "fashion brand" di Mabina. Il risultato è un bel nome, anche dal punto di vista fonetico, difficilmente attaccabile da spelling errati.

giovedì 23 maggio 2019

"Naming: guida per attribuire la migliore denominazione a un'azienda o a un prodotto" di Giovanni Sodano 

Oggi una segnalazione di una novità editoriale legata al naming. Il libro è Naming: guida per attribuire la migliore denominazione a un'azienda o a un prodotto di Giovanni Sodano, pubblicato da Dario Flaccovio Editore. L'autore è esperto di naming e posizionamento sui motori di ricerca e in questo volume (pp. 176, euro 19) racchiude osservazioni aggiornate sulla pratica del naming, qui definita anche "arte" (un'arte che però abbiamo visto molto spesso è più un consolidato insieme di norme e buone prassi). Si tratta di una pubblicazione che arriva dopo un periodo di sostanziale assenza di novità editoriali nell'ambito del naming e anche per questo ha senso segnalarla in questo blog. Come ci avvisa la scheda del prodotto, il volume chiarisce soprattutto le varie fasi del processo di naming. Credo sia bene ricordare che quello dell'attribuzione di un nome è sempre un processo, non importa quanto breve o quanto lungo: "dalla analisi degli aspetti identitari alla possibilità di veicolare messaggi; i diversi fattori tecnici; la differenza tra nome del prodotto e quello della marca; lo studio del target, del posizionamento e la valutazione della concorrenza; gli esempi negativi da evitare e la necessità di usare un metodo ben preciso." Per gli interessati al naming, al branding, al posizionamento e alle nuove intersezioni di questi temi nel contesto digitale, segnalo quindi questa novità editoriale da tenere in considerazione.

sabato 20 aprile 2019

Quando i naming tradotti tornano ad allinearsi: il caso di Testanera che diventa Schwarzkopf anche in Italia

Di recente Testanera, brand noto per linee di prodotti in ambito cosmetico, è diventato Schwarzkopf anche nel nostro paese. Come leggere questo recente cambio di identità nominale all'interno di un dato contesto linguistico? Ci sono più direzioni di lettura. Che gli italiani non amino certi brand dal suono ostico, esotico e comunque poco nazionale è comprovato e basta pensare ai celebri esempi di Colgate o Palmolive e delle loro pronunce. Per questo, a suo tempo, si optò per una traduzione letterale del nome tedesco Schwarzkopf in Testanera. Tuttavia, all'altezza dell'anno 2019, ci sono altri ragionamenti da fare: gestire un'identità nominale multipla, in un contesto globalizzato, può diventare assai complesso e per di più oneroso. Ci sono delle sottili economie di scala che scattano quando la denominazione è unica, a maggior ragione nel mondo piatto della rete. In questo specifico caso, l'operazione di allineamento è possibile anche grazie a un'identità visiva molto forte della marca. E comunque la vera vocazione delle marche è quella di essere riconosciute universalmente con un nome unico. Inoltre - e qui scatta la curiosità sull'origine del nome di questa marca - è anche abbastanza logico che il naming non venga più tradotto, perché se andiamo alle origini scopriamo che tutto deriva dal nome del fondatore, Hans Schwarzkopf, il quale avviò a Berlino nel 1898 un emporio dedicato ai prodotti per la cura dei capelli.