sabato 14 luglio 2012

Fu Jesus (jeans) il naming più oltraggioso?

In quasi tutti i libri di storia della pubblicità troverete una fotografia che rimanda alle memorabili campagne di Jesus Jeans, un brand che ha fatto epoca, soprattutto per la comunicazione. In italiano il claim recitava “Chi mi ama mi segua” e il visual era abbastanza eloquente, un sedere stile Morositas e un paio di jeans tagliati a rivestire le natiche. In inglese potevamo leggere, sopra quel sedere o all’altezza del giro vita, “Thou shalt not have any other jeans but me” oppure “He who loves me follows me”. Jesus jeans: solo due lettere di differenza tra le due parole, -SU- al posto di -AN-. Credo che questo brand name possa a buon diritto entrare anche nella casistica dei nomi più memorabili, visto che poche aziende si sono spinte così oltre da dare un nome così ingombrante a una marca. Quest’esempio serve per rimandare a un problema non infrequente, cioè il rischio di offendere o urtare determinate sensibilità con operazioni di naming in ambito internazionale: non è difficile inventare un nome che magari in polacco suona come un’imprecazione e/o in giapponese – che ne so – come prostituta. Sono i rischi sempre latenti in ogni operazione di naming, e molto spesso si cerca accuratamente di evitare qualsiasi rimando ad una sfera religiosa. Eppure qui, con Jesus, siamo di fronte a una chiara operazione di provocazione che nasce dal naming stesso (per questo mi stupisce che il caso sia stato studiato più nella storia dell’advertising che in quella del naming), un nome che nella combinazione in allitterazione JE-sus JE-ans si prestava ad una copy strategy unica, di chiara “ispirazione evangelica". Ci fu naming potenzialmente più oltraggioso?

sabato 7 luglio 2012

Chinò. Quando naming, copy strategy e logo giocano di squadra

Estate. Periodo di consumo di varie bevande, non solo di acqua. Ogni tanto ha senso riprendere in mano nomi storici e consolidati, valutarne la tenuta, valutare cosa si può costruire attorno a un nome di prodotto. Allora penso a Chinò San Pellegrino. Il nome è chiaramente ricavato dal nome comune della bevanda chinotto. La troncatura e l'accento danno vita a un nome che, qualche tempo fa, è stato oggetto di una brillante copy strategy, sintetizzata dal pay off "Bevi fuori dal coro". Chiaro a tutti che un pay-off simile trovi conforto e supporto nel nome del prodotto stesso, che si potrebbe leggere anche "Chi no", come a sottolineare che c'è chi beve altre bibite dissetanti di colore scuro. Il logo stesso, con la lettera N specchiata rimarca questo anticonformismo (edonismo?) dei bevitori del chinotto Chinò, la contrapposizione, la forza del "no". La brillante strategia di "posizionamento in opposizione" è poi evidenziata ulteriormente dal colore bianco della parola "fuori" nel pay-off. Riassumendo: c'è chi dice no, c'è chi beve fuori dal coro e si disseta con una bevanda scura dal nome comune "chinotto" e dal nome proprio "Chinò". Credo questo sia un esempio completo di come naming, pay-off, copy strategy e immagine visiva possano concorrere a costruire un posizionamento davvero distintivo nel panorama delle bibite. E poi il chinotto è anche buono...

domenica 1 luglio 2012

Surface, il nome del tablet di Microsoft

A tutti è evidente quale battaglia commerciale si stia giocando sul terreno dei tablet e smartphone. Inevitabilmente, laddove la battaglia si fa più dura, anche il naming sale spesso agli onori della cronaca. Forse recentemente avrete sentito parlare di Surface, il tablet firmato Microsoft. In giro per la rete potrete, come sempre, trovare sostenitori e detrattori del prodotto, sostenitori e detrattori dello stesso naming. Ma non è questo che ci interessa ora. Surface è un nome che resta... alla superficie, rimandando all'aspetto "touch", anche se il tablet è spesso presentato con una - diciamolo? - comoda tastiera che lo accompagna (pigiare le lettere su uno schermo non è ancora tanto agevole come pigiarle su una tastiera, anni di design industriale forse ancora contano!). Curioso che semanticamente si contrapponga a uno dei naming più importanti registrati nel settore dell'informatica, vale a dire quell'Intel che avrete sicuramente visto nel binomio indissolubile di "Intel Inside" nell'adesivo che accompagna i prodotti con microprocessori Intel. In inglese il verbo "surface" significa anche affiorare ed emergere, e questo potrebbe in un certo qual modo rimandare al pop-up delle icone tipico dei tablet. Sur-face ha poi al proprio interno la parola "face" e tutti sanno a quali livelli di popolarità l'abbia portata il social network, anche se non è certo per questo un nome attaccabile. E non è nemmeno un nome che possa generare confusione. Si tratta quindi di un nome abbastanza nuovo per la categoria, nuovo come la mossa che ne contraddistingue il lancio (anche se esiste hardware firmato Microsoft, questo prodotto denota la sempre maggiore volontà di presidiare proprio i territori dell'hardware).

sabato 23 giugno 2012

B(r)and naming. Il nome lungo non ce l'ha fatta...

Spesso si sente dire che il nome dovrebbe essere breve. Ci sono esempi di nomi lunghi che si sono comunque sedimentati (pensiamo ad esempio a Antica Gelateria del Corso). Già mi è capitato di accennare al "band naming", vale a dire al naming di quei particolari brand che sono i gruppi musicali. Penso che nessuno metta in dubbio che i gruppi musicali sono dei veri e propri brand, marche che talvolta occupano una porzione di memoria molto vasta nella vita delle persone, proprio come le loro canzoni. In Italia, ad esempio, c'è stata tutta una stagione in cui era gradito il nome lungo, soprattutto in corrispondenza dello sviluppo di un determinato genere, il progressive. Pensate alle formazioni più importanti di quegli anni, assieme a Le Orme: Banco del Mutuo Soccorso e Premiata Forneria Marconi, i due nomi più lunghi, i veri brand-bandiere del progressive italiano. Entrambi sono ricorsi all'abbreviazione: semplicemente Banco i primi, PFM i secondi. Eppure la lunghezza dei loro nomi originari celava un intero mondo dietro e sotto. Sembra proprio vero che la brevità, il contenimento di un nome dentro le 3, massimo 4 sillabe stia diventando un punto imprescindibile di qualsiasi segno linguistico che poi ambisca a fare il giro del mondo (e queste sono band che hanno girato per il mondo, assieme alla loro musica). Naturalmente non mancano gli esempi dall'estero. Pensate a Emerson Lake and Palmer (ELP), tanto per non cambiare il genere, o ai Godspeed You! Black Emperor (GYBE o GY!BE). Il nome lungo stanca e fatica a sopravvivere, anche se nelle sigle o nelle abbreviazioni rimane un po' dell'odore del nome originario.

venerdì 15 giugno 2012

Omega, il nome del cronometro dell'Olimpiade

Le Olimpiadi estive di Londra 2012 sono alle porte. Avete mai riflettuto sull'importanza del cronometraggio di un'edizione dei giochi, su quali risorse muove e quali esigenze imponga? Qui trovate qualche spunto interessante. Da anni Omega è il nome del tempo olimpico e lega indissolubilmente il proprio brand name e simbolo (l'omonima lettera dell'alfabeto greco) ai record e alle prestazioni dei campioni che si confrontano secondo lo spirito del noto barone De Coubertin. Omega è naturalmente un brand importantissimo, capitalizzato in un segno linguistico e in una lontana scelta di naming, Omega per l'appunto, che ha avuto e ha ragione... del tempo.

La pronuncia è uniforme in quasi tutto il mondo. La presenza della parola suffisso -mega è sicuramente ricca di evocazioni positive. L'emblema costituito della lettera dell'alfabeto e il significato simbolico del nome "Omega" sembrano oggi predestinare l'azienda ad essere il brand di riferimento delle misurazioni dei tempi finali degli atleti alle Olimpiadi. Tutto concorre a dar vita ad una heritage che vuole il brand come "First watch on the moon", indossato a James Bond, e protagonista indiscusso dei più grandi eventi mediatico-sportivi del pianeta. Non è certo il nome in sé che ha concesso questa crescita dell'azienda, però di sicuro un nome così "calibrato" ha aiutato molto, sta aiutando molto, ed è libero di muoversi assieme all'azienda e alla sua crescita... nel tempo. Pensateci, quando liquidate in pochi istanti (il tempo di un record del mondo di Bolt?) la scelta di un nome.

sabato 9 giugno 2012

Olivia & Marino Pavesi: il brand name dal nome proprio di persona (ricordando gli ingredienti!)

Mi è già capitato di parlare altre volte dell'utilizzo del nome proprio di persona in operazioni di naming. Si tratta di una scelta che nasconde motivazioni le più disparate: suscitare simpatia, personalizzare il prodotto, nel senso di dargli carne, un volto addirittura, oppure ricordare un certo lignaggio, se siamo nella realtà di un'azienda dove l'albero genealogico e i patronimici hanno molto peso. Diverso e originale è il caso delle sfoglie Olivia & Marino di Pavesi, azienda che con un'operazione davvero interessante è riuscita a innovare pur rimanendo nel solco della tradizione del naming da nome proprio di persona. Ricorrendo a nomi tutto sommato non molto diffusi (anche se Olivia sappiamo tutti chi è nel mondo dei fumetti e Marino ha avuto momenti di gloria), Pavesi è riuscita a compiere un'operazione duplice: da un lato richiamare la genuinità e il sapore di due ingredienti semplici come l'olio d'oliva e il sale, dall'altro fornire il pretesto per una storia, quella appunto dei volti di Olivia & Marino, i due fornai ripresi nelle confezioni sulla soglia del loro forno. A cerchio, anche l'idea di richiamare l'idea del forno si salda con la volontà di comunicare genuinità.

sabato 2 giugno 2012

Pinterest, il nome "social" del momento

Anche i social networks si alternano a ritmo incessante. Accanto a quelli consolidati ne emergono continuamente di nuovi, in attesa che una sorta di mano darwiniana della rete decreti, come in uno spettacolo di gladiatori, chi sopravvive e magari prospera e chi no (in fin dei conti un "mi piace" su Facebook è, iconograficamente, questione di un pollice retto). Tra gli ultimi arrivati c'è Pinterest, il cui scopo è rafforzare una prassi che già altri social networks hanno favorito, vale a dire l'aggregazione attorno a determinati interessi delle persone. Il nome contiene la parola -interest al suo interno. Con la semplice aggiunta di una P- iniziale (lettera "libera", poi usata da sola come icona alla stregua della "f" di "Facebook" e la "t" di Twitter) si ottiene un nome che ricorda "Pin" (lo spillo, l'appuntare), la "Pinboard" (la lavagnetta a spilli, metafora grafica), persino il "Ping", il suono metallico che ad esempio producono certi software di gestione della posta elettronica per avvisare dell'arrivo di un nuovo messaggio. Le evocazioni alle quali la parola-nome Pinterest rimanda sono tutte coerenti con il posizionamento e il concept molto semplice che sta alla base del funzionamento di questo nuovo prodotto della rete.

giovedì 24 maggio 2012

Intervista sul naming a Radio Monte Carlo, il link del podcast

Martedì 22 maggio la puntata di Si salvi chi può, il programma mattutino di Radio Monte Carlo, si è aperta con una breve intervista sul naming. Per chi volesse qui è disponibile il podcast. Abbiamo parlato brevissimamente di nomi e soprattutto di errori. In effetti al naming ci si pensa spesso quando diventa un errore e anche il suo essere diventato pratica specialistica deve molto al tentativo di ridurre il margine di errore ai minimi termini.

Ringrazio Monica Ghezzi della redazione di Radio Monte Carlo e i conduttori del programma in quella giornata, Erina Martelli e Dario Desi.

sabato 19 maggio 2012

Naming e fonosimbolismo #6: auto piccola nome piccolo, la nuova Seat Mii

Dopo Volkswagen Up ecco un altro nome piccolo destinato ad un'auto piccola (il gruppo automobilistico, tra l'altro, è lo stesso). Mi riferisco alla nuova Seat Mii, la piccola della casa automobilistica di Martorell. Sembra sedimentarsi una tendenza che vuole un nome piccolo (corto) per il brand di queste nuove auto dalle dimensioni assai contenute (pensate anche a Toyota IQ, che pure appartiene ad un altro segmento). Nel caso di Seat Mii, il valore di "piccolezza" è convogliato con il ricorso alla ripetizione della vocale "i", vocale piccola per antonomasia (pensate all'apertura di labbra necessaria per pronunciarla). Quando ho ricevuto il depliant pubblicitario (a volte le idee per i post di questo blog mi vengono a cercare... non sono io che cerco loro!) non ho potuto non pensare anche a Nintendo Wii, un altro nome di cui si è tanto parlato, molto vicino a Mii. Ho pensato anche al possessivo "My" e in rete poi ho trovato che si è già pensato al gioco di parole "My Mii" (in fin dei conti l'identificazione tra auto e possessore, nel caso di queste piccole citycar, è fin troppo evidente). Infine ho pensato che potesse essere un nome simpatico per le persone che amano i gatti. Per concludere ho pensato che in un'auto è più facile trovare un cane rispetto a un gatto. Infine (troppi infine?) ho immaginato che allora un nome del genere potrebbe prestarsi a una pubblicità ironica, con un cagnone dentro quest'auto il cui nome ricorda pure il miagolio... Insomma, il nome può diventare il fulcro di più leve di comunicazione.

sabato 12 maggio 2012

Juventus, Inter, Milan. Quando è meglio evitare un brand naming geografico?

E così la Juventus è tornata a vincere il campionato italiano di calcio. Mi sono già espresso altrove in merito al naming delle squadre, che nell'epoca attuale diventano veri e propri brand internazionali (così come i loro stadi, coinvolti in articolate operazioni di "naming rights", vedi il caso dell'Allianz Arena di Monaco) e il cui indotto va dai diritti tv al merchandising globale della t-shirt con quel numero e quel nome di giocatore. Credo che chiamarsi Juventus, Milan e Inter e non Torino, Milano e Qualcosa+Milano sia stata una buona mossa per queste squadre (anche se un Mourinho che pronuncia "Juventus" un po' storpiato ce l'abbiamo tutti in mente...). Naming opportuni quindi, dapprima nell'ottica del tifo nazionale (nomi di squadra che non identificano troppo con città: perché pochi tifano Fiorentina, Roma, Napoli? Perché Atalanta è un nome che ispira molte persone di sesso femminile con le quali ho potuto scambiare qualche chiacchiera su questi argomenti?) e, in seguito alla trasformazione della piattaforma internazionale del football/soccer business, per il non diretto richiamo a un luogo geografico. Vero che quando il Torino era il Grande Torino raccoglieva simpatie anche in altre parti d'Italia, vero che oggi il Barcellona fa lo stesso. Vero anche che si è sempre "squadra di una città" e che si possono trovare casì interessanti in cui il F.C. Internazionale Milano diventa persino un confusionario "Inter Milan", un nome-derby. Il naming geografico deve prestare molta attenzione, in tutti i settori. Può generare conflitti con altre denominazioni, può essere difficilmente difendibile a lungo termine, può essere troppo vincolante, può essere un minus insomma. In un mondo dove tutto ambisce a diventare brand nei modi anche più sconclusionati (persino il luogo semisconosciuto, il comune di provincia, come se io andassi in giro con una felpa rigorosamente con cerniera con scritto Maserada sul Piave), c'è un importante discorso da farsi sui brand davvero globali. In questi casi, essere liberi da pesanti fardelli geografici può essere d'aiuto, anche se si è una squadra di calcio o hockey su ghiaccio. Insomma, il naming geografico, che ad esempio va molto di moda in un settore squisitamente italiano come quello enologico, non è poi un grande affare, a mio avviso, anche se ovviamente in quello specifico settore si lega a un discorso complesso di "denominazioni geografiche" (Igt, Doc, Docg). Cercheremo di approfondire in futuro questi argomenti controversi.

sabato 5 maggio 2012

Naming e fonosimbolismo #5: Grok e Grana Padano

Le vie della diversificazione sono davvero tante, i canali si moltiplicano e ogni brand prova a presidiare più canali (anche quello del vending - le macchinette delle pause-caffè in azienda o nei locali pubblici - è ad esempio un canale di cui fino a poco tempo fa si sottovalutava l'importanza, anche in termini di ricadute sull'immagine). Nel settore alimentare, e in quello lattiero caseario in particolare, la diversificazione è all'ordine del giorno. A riprova di questo, si prenda Grok, lo snack nato da San Lucio Srl in seguito a spin-off di un caseificio storico, produttore di Grana Padano (fusioni, spin-off, quotazioni in borsa e altre situazioni particolari della vita delle aziende sono momenti topici per il naming, il renaming o per la revisione della corporate identity). Da questo spin-off è nato il "formaggio che non deve stare in frigorifero", un formaggio cotto al forno (e non fritto) dall'evidente caratteristica di croccantezza. L'azienda, per quel che concerne il naming, ha reputato opportuno presidiare il territorio della croccantezza (caratteristica enfatizzata da una lunga storia degli snack e dei loro nomi) con una denominazione che presenta una chiara ispirazione fonosimbolista. L'attacco in GR- che richiama pure l'endorsement di GR-ana Padano, il gusto-stupore della lettera O e la croccante K finale. Il pay-off riprende tutto questo: "Grokkanti delizie con Grana Padano".

Come già detto altre volte, il fonosimbolismo è spesso chiamato in causa nelle scelte e nella giustificazione di un processo che porta a un naming. Basterebbe però ricordare come l'onomatopea del verso del cane sia profondamente diversa da lingua a lingua per minare alla base questo che, a oggi, è il contributo di matrice psicolinguistica più ricorrente e utilizzato dai teorici e dalle agenzie del naming. Forse di fonosimbolismo è giusto parlare (in fin dei conti è quel che sto facendo anch'io da più post), visto che è operativamente rilevante nelle scelte di naming, ma bisognerebbe provare iniziare a considerare gli effetti di fonosimbolismo a un livello più ampio, a maggior ragione per quei segni linguistici che diventano brand names in più nazioni con profonde diversità linguistiche. Dal punto di vista della linguistica e della sociolinguistica, a mio avviso il naming sarà meglio comprensibile mutuando opportunamente dei costrutti provenienti dalla pragmatica linguistica. Ma è un discorso lungo, più adatto a un articolo che a un post di un blog!