lunedì 23 dicembre 2013

Wiko, dalla Francia un nuovo nome tra i telefoni

Arriva dalla Francia un nuovo brand name nel mercato della telefonia cellulare. L'azienda è pronta infatti per arrivare con i propri prodotti, smartphone e feature phone, sul mercato italiano. I consumatori potranno presto sbizzarrirsi a testarne le caratteristiche. A noi non resta che valutare questo nuovo nome: Wiko. A primo impatto ricorda molto "wiki" e "Wikipedia". In un secondo momento, vengono in mente "wi-fi" per la prima sillaba del nome e qualcosa che potrebbe riguardare la "comunicazione" con la sillaba finale "ko". Il vero dubbio sorge sulla pronuncia, soprattutto sulla prima sillaba. Prenderà dalla pronuncia italiana di "Wikipedia" (ma la stessa Wikipedia presenta in italiano un potpourri di pronunce)? Prenderà dalla pronuncia della prima sillaba di "wi-fi"? Qual è l'univoca pronuncia del nome Wiko? In questi casi, per togliersi i dubbi di pronuncia, non resta che ascoltare la comunicazione ufficiale prodotta dall'azienda stessa.

lunedì 16 dicembre 2013

Intervista con Licia Corbolante. Di terminologia, naming e altre cose di lingua

Oggi torno a intervistare. Dopo la serie di colloqui con chi si occupa espressamente di naming risalente a qualche tempo fa, mi intrattengo ora con Licia Corbolante, che di mestiere fa la... terminologa. Posso immaginare facce strane. Eppure questo mestiere, che come scopriremo presenta delle affinità polpose con il naming, si trova normalmente in aziende come Microsoft, con cui la nostra intervistata ha collaborato a lungo. Nelle risposte che seguono potremo scoprire le intersezioni tra discipline solo apparentemente lontane come la linguistica e il marketing (del resto il nostro naming ne è un esempio abbastanza rilevante) e parleremo di naming con una persona che anche nel suo blog denominato Terminologia etc. dimostra un'attenzione costante e rara verso le più singolari - ma anche comuni - manifestazioni e bizzarrie delle lingue.
 
D: Chi ha imparato a conoscerti, magari anche dai commenti sempre ricchi che lasci in questo blog, si sarà chiesto dove nasce il tuo singolare lavoro e la tua singolare carriera che ti consente oggi di cogliere al volo aspetti linguistici importanti legati alla vita di ogni giorno. Ci racconti brevemente cosa hai studiato e le tue principali occupazioni sino a oggi?
R: Ho studiato traduzione alla SSLMIT di Trieste; subito dopo essermi laureata con una tesi sugli aspetti culturali della traduzione ho lavorato come lettrice e poi docente di traduzione nel dipartimento di italiano della University of Salford, in Inghilterra, dove mi sono specializzata in linguistica applicata e marketing. Dopo la parentesi inglese è incominciata una lunga carriera in Microsoft, nell’ambito della localizzazione (il processo di traduzione e adattamento di software e altri contenuti digitali per un mercato specifico); ho iniziato come Italian language specialist a Dublino, dove mi occupavo di tutti gli aspetti della qualità linguistica e “culturale” del prodotti. Dopo sei anni in Irlanda mi sono trasferita a Milano e mentre si evolvevano i processi di localizzazione, ho ampliato le mie competenze e sono diventata terminologa, un’attività che comporta estrazione terminologica in inglese (lingua 1) e in italiano (lingua 2), gestione e manutenzione di database terminologici con creazione di voci e definizioni e soprattutto un’intensa attività di ricerca in entrambe le lingue. Nel 2009 è terminata la mia collaborazione con Microsoft e da allora opero indipendentemente sia nell’ambito della localizzazione che anche in altri settori tecnici, sempre però con la coppia di lingue inglese e italiano.

D: Linguistica e marketing sembrano incrociare perfettamente nel naming. Eppure sono molti i punti in cui gli aspetti verbali e terminologici intercettano il marketing. Potresti approfondire quelli salienti?
R: Nel marketing vengono identificati i fattori che influenzano il comportamento del consumatore, ad esempio culturali, sociali, personali, demografici e psicologici, in modo da sviluppare le strategie più idonee al proprio mercato, che però non sempre sono adeguate anche in altri paesi o a livello globale. Gli esperti linguistici, tra cui traduttori e terminologi che operano in più lingue e hanno acquisito specifiche competenze interculturali, possono contribuire a definire modelli culturali di riferimento, fornire analisi sociolinguistiche e identificare gli aspetti verbali e visuali che influenzano preferenze, percezioni e aspettative per il prodotto nella loro cultura. La collaborazione tra esperti linguistici e interculturali e i responsabili del marketing consente di identificare le strategie per il prodotto in lingue e mercati diversi e di indicare le linee guida per l’adattamento e la presentazione, che includono esempi, convenzioni, stile, registro e scelte terminologiche, spesso molto diversi da una lingua all’altra.

D: "Terminologa". Sembra una brutta parola. Eppure si nasconde un lavoro che conduci con passione invidiabile. In che cosa consiste ora la tua carriera di terminologa indipendente, dopo la lunga parentesi in Microsoft?
R:Il terminologo si occupa delle attività di gestione e ricerca a cui ho accennato prima, nel mio caso anche in campi non strettamente informatici. Oltre a fornire diversi tipi di consulenze linguistiche, ho operato anche in un ambito lessicografico con la revisione delle voci di informatica del Dizionario inglese-italiano Ragazzini (Zanichelli), e faccio parte di un gruppo di lavoro UNI che recentemente ha pubblicato una norma sulla scrittura professionale. Un aspetto del mio lavoro che ho potuto sviluppare in questi anni e che mi dà molta soddisfazione è la formazione terminologica a livello aziendale, universitario e anche in istituzioni europee. Queste attività si riflettono nel mio blog, nato per condividere considerazioni, esperienze e competenze in ambito terminologico, un settore in cui per l’italiano non c’è molta divulgazione, se non a livello accademico; spesso propongo esempi tratti dai media, da pubblicità o altro materiale disponibile online che sono una rielaborazione di esempi reali osservati o affrontati in progetti terminologici. 

D: Andiamo diretti al naming. Si tratta di qualcosa che segui per ovvi motivi professionali e collaterali oppure il naming ha investito parentesi importanti della tua attività passata o attuale?
R: Ho cominciato a occuparmi di naming durante alcune attività del ciclo di vita del software e di servizi online, in inglese conosciute con vari nomi tra cui cultural review, cultural customization assessment, cultural check, globalization review. Sono valutazioni di immagini, messaggi non verbali e nomi di prodotti o servizi destinati a rimanere in inglese in tutti i mercati e che vengono analizzati per verificare che siano accettabili in mercati diversi e che lo stesso tipo di comunicazione del prodotto originale sia mantenuto senza dover intervenire con traduzioni o adattamento. Non si tratta quindi di proporre nomi ma di identificare quelli che sono improponibili in contesti diversi da quelli in cui sono nati, come poteva essere l’ormai famigerato Inkulator. In Microsoft avevo sviluppato e coordinato il sistema di valutazione per tutte le lingue, poi presentato anche in alcuni convegni, e ho appena consegnato un mio contributo intitolato Cultural Competencies in Globalization per un volume sulla localizzazione curato da un’università statunitense.
Continuo a occuparmi di un aspetto particolare dei nomi in inglese, il punto di vista della seconda lingua o E2, rilevante in tutti i contesti dove l’inglese è usato come una lingua franca o veicolare, senza che sia la madrelingua né di chi produce né di chi consuma un prodotto o servizio. È uno scenario molto comune in Europa, un mercato per il quale anche le aziende italiane ricorrono spesso a nomi inglesi; in questo caso le analisi linguistiche, in collaborazione se necessario con colleghi di altre lingue, possono includere considerazioni sulla riconoscibilità delle parole, eventuali difficoltà di pronuncia e memorizzazione e associazioni o interpretazioni indesiderate causate da interferenze della propria lingua (nel mio blog ci sono vari esempi, tra cui s·nowhere o snow·here, una questione di E2? e Android KitKat).

D: C'è qualche naming che ti ha colpito negli ultimi tempi? Se sì, per quale motivo?
R: Non è nuovo e non ha a che fare con l’informatica o altre tecnologie, ma continua a piacermi molto Libelle, un cracker di Barilla. È facile da ricordare, suona molto gradevole ed è familiare, come se esistesse da sempre. Le associazioni sono tutte positive, in particolare vengono richiamati l’aggettivo bello e il sostantivo libellule, insetti eleganti e leggiadri (e forse, per chi conosce solo qualche parola di tedesco, anche la parola Liebe, “amore”?). Gli aspetti fonosimbolici sono evidenti: tutte le vocali sono anteriori e così possono suggerire sottigliezza e leggerezza. Il payoff Croccanti e leggere sottolinea la levità ma la accompagna con un aggettivo corposo che aggiunge gusto e sostanza.
Sempre in campo alimentare, ma per il motivo opposto e per divertimento, raccolgo segnalazioni di nomi di prodotti “italianeggianti” che risultano accattivanti solo all’estero, come ad esempio Flatizza, Pastachetti, Soffatelli e Pizzaghetti, per non citare i nomi di alcune varietà di caffè Nespresso e di alcune marche del supermercato LIDL.

D: In questo periodo avaro di lavoro, quali nuove interessanti figure professionali intravedi per chi intraprende un percorso che abbraccia linguistica, marketing e aspetti della traduzione?
R:Il periodo non è dei migliorie l’attenzione per la qualità linguistica ne risente, ma mi sembra che anche in Italia, seppure con notevole ritardo rispetto ad altri paesi come la Germania e la Svizzera, si cominci a capire l’importanza della gestione sistematica della terminologia, quindi potrebbero esserci sbocchi interessanti per aspiranti terminologi. Se però dovessi scegliere ora un percorso di studi, sarei meno attratta da una formazione linguistica tradizionale e preferirei invece discipline che uniscono tecnologia e lingua, come la linguistica computazionale, l’informatica umanistica o la linguistica forense, usata in attività investigative.

D: Vorrei concludere con qualche indicazione di approfondimento, oltre al tuo blog che ho ricordato. Ci puoi dare qualche consiglio di lettura (blog, riviste, libri, video)? Grazie.
R: Sono molti i libri interessanti ed è difficile scegliere, però tre titoli recenti che non dovrebbero mancare nella propria libreria sono il Dizionario di stile e scrittura di Marina Beltramo e Maria Teresa Nesci (solo su carta), il Dizionario Analogico della Lingua Italiana di Donata Feroldi ed Elena Dal Pra (carta e digitale) e Lavoro, dunque scrivo! di Luisa Carrada, un manuale di scrittura che si legge tutto d’un fiato (carta e digitale). Ci sono vari titoli utili anche tra i manualetti di linguistica dell’editore Carocci. E per i language geek, come mi sono vista descrivere io, l’Enciclopedia dell’Italiano Treccani (consultabile anche online, ma sfogliare le pagine è tutta un’altra cosa!).
Su Internet, sempre molto interessanti gli Speciali di lingua italiana del Portale Treccani; tra i blog linguistici italiani, escludendo quelli più noti di scrittura, comunicazione e traduzione, segnalo parole, del linguista Michele Cortelazzo, e un altro blog scoperto da poco che pare promettente, Non lo dire mai!, a cura di due studentesse di linguistica; mi incuriosiscono anchele sperimentazioni di Scritture brevi raccolte su Twitter da Francesca Chiusaroli. Sul naming ho imparato molto dal tuo blog, da quello di Linda Liguori e in inglese da Fritinancy.
Alla radio, imperdibile la trasmissione di Radio 3 La lingua batte, che ascolto in podcast.

lunedì 9 dicembre 2013

Renzi. Matteo, appunto.

Pensavo al successo di Matteo Renzi alle primarie del PD. L'uomo "nuovo", il politico che dà l'impressione del nuovo e su cui in molti ripongono la fiducia di un obamiano cambiamento, il sindaco che ha sbaragliato la concorrenza di Cuperlo e Civati ieri, presenta forse un alleato insospettabile nel proprio nome. Non trovate? Non tanto nel cognome. Intendo proprio nel suo nome: Matteo. Pensateci un po'. Quanti politici "vecchia guardia" vi vengono in mente che si chiamano Matteo? A me pochi. Magari ce ne sono molti, ma di primo acchito a me ne vengono in mente pochi per non dire nessuno. Vorrei trovare il modo di approfondire questa sensazione. Matteo è poi un nome "giovane". Se si potesse attingere agilmente alle statistiche, credo che tale nome rinvierebbe agli anni 70 e 80, gli anni delle generazioni X. Non ho mai conosciuto uomini di nome Matteo della generazione di mio padre e mia madre. So che esistono, ma a me non vengono in mente. Magari la sensazione di nuovo che questo candidato ha comunicato aveva un valido e insospettabile alleato persino nel nome proprio di persona Matteo e nella sua rarità nel panorama politico attuale. Pensate se Renzi si fosse chiamato Massimo. Non sarebbe stato il... massimo. Lui direbbe probabilmente che il nome proprio non conta e non fa la differenza e che contano le idee. Ma secondo me avrebbe funzionato meno. Potenza (e misteri) del naming...

martedì 3 dicembre 2013

Il nome del panino. McItaly, 100% italiano tranne che nel nome

Anche i panini sono brand. McDonald's ha fatto scuola, timidamente Autogrill con i suoi "Capri" e "Vesuvio" fa qualcosa di simile. E nel paese del furbo slow food il fast food deve adeguarsi. E dopo i panini griffati da Gualtiero Marchesi (insuccesso?), ecco il panino McItaly, presentato con il patrocinio del Ministero delle politiche agricole. Per chi l'ha visto, lo spot televisivo appare come un concentrato di stereotipi di italianità: il borgo bellino dell'Italia, aria aperta, vita in campagna, parlate locali, fieno girato con la forca e altre "bucolicità". Non sono contro e non boicotto i fast food e se proprio devo dirla tutta capisco quasi meglio le ragioni del fast rispetto a quelle dello slow. Ma non voglio aprire parentesi immense, che toccherebbero livelli e sensibilità plurime, interessi economici notevoli e tutto all'insegna del "food" che è davvero la sola cosa che ci interessa, in fondo, e che interessa davvero ogni animale. Dico solo che in tempi ostili per l'Italia, la famosa "dieta mediterranea", se esiste ancora, andrebbe quasi messa a bilancio come voce in attivo e andrebbe riconosciuta quantomeno ad un livello europeo, da quei paesi dove il consumo di carne è notevole. Ultimamente, dopo l'azione del cinema, anche gli organi di stampa internazionali, forse con tacito assenso dell'OMS, hanno iniziato a prendere di mira tale consumo massiccio per scovare le falle degli odierni sistemi di allevamento (uso di farmaci, inquinamento, impatto ambientale). Insomma, questa dieta andrebbe riconosciuta nel suo valore "economico" globale e non imbalsamata dentro pratiche simil slow food. Tutto qui.

Ma torniamo al nome del panino: McItaly. Forse l'unica cosa che avrebbe potuto e dovuto fare il Ministero è opporsi, o almeno storcere il naso, davanti a una denominazione del genere. McItaly è il classico naming di multinazionale alla Nestlè o Danone, con un prefisso posto a garanzia (in questo caso il prefisso Mc-). Il nome interpreta al meglio il motto "think globally, act locally" fatto proprio da una multinazionale dell'alimentazione, ma in realtà si limita a brandizzare sotto il proprio cappello nientemeno che un intero paese-brand, che tra l'altro in questi anni presenta notevoli criticità e pochi asset favorevoli (uno è appunto quello del "food"). Da un punto di vista di naming questo nome pare azzeccato, sembra posizionare abbastanza bene la "promessa" del prodotto 100% italiano. Eppure, a ben vedere, siamo arrivati al paradosso del panino 100% italiano, tranne che nel nome. Segno che l'anima di questo panino non è qui. I "Vesuvio" e i "Capri" di Autogrill, coi loro timidi nomi geografici, rischiano di apparire più italiani, anche se magari sono confezionati con prosciutti di importazione. Una multinazionale dovrebbe stare molto attenta a non vanificare gli sforzi e gli investimenti di comunicazione. E visto che anche il naming è comunicazione, nel nome McItaly a mio avviso risiede un errore strategico non trascurabile.

lunedì 25 novembre 2013

Renaming di testate: International Herald Tribune "rechristened" International New York Times

Circa un mese fa l’International Herald Tribune, la versione internazionale del New York Times, ha cambiato nome in International New York Times. Non è la prima volta che questo accade. Il giornale infatti ha cambiato più molte volte nel corso della sua storia che dura da 126 anni. L'operazione, nota già da mesi e di cui si può leggere qui, dimostra una cosa tutto sommato abbastanza semplice: anche i giornali sono brand e cercano pertanto di concentrare, anziché disperdere, il loro valore di marche, a partire dal nome, adottando una strategia globale di naming semplificata. In questo processo molto peso avrà avuto la rinnovata vita digitale dei mezzi di informazione e quindi la loro percezione globale come brand internazionali. Ragionamenti del genere sono già abbastanza trasparenti nelle dichiarazioni di Mark Thompson, riportate nel succitato link: "“The digital revolution has turned The New York Times from being a great American newspaper to becoming one of the world’s best-known news providers. We want to exploit that opportunity.” Ecco allora perché questo sfruttamento di posizione e di nuove opportunità passa anche per l'adozione di nome unico, univoco. Quanti lettori europei dell’International Herald Tribune sapevano che si trattava di un'emanazione del NYT? Ora è lampante. E forse sarà ancora più facile raggiungere nuovi lettori, nuovi abbonati. Da questa storia ricaviamo un assunto abbastanza semplice: non sempre occuparsi di naming significa stravolgere e fare "cose nuove", ma significa anche togliere complessità, ridurre, semplificare e, in fin dei conti, a volte, uniformare.

lunedì 18 novembre 2013

"Star in famiglia": ancora sull'utilizzo del nome in comunicazione

Si legge nella pagina Wikipedia dedicata all'azienda: "È stata fondata da Regolo Fossati il 19 giugno 1948 a Muggiò con il nome di STAR Stabilimenti Alimentari Riuniti S.r.l. Star, in inglese stella è anche la traduzione del nome della sua consorte, Stella Pogliani". Svelato l'arcano. Un nome si può creare o, come nel caso dei pubblicitari che hanno lavorato al nuovo spot del ragù che recentemente intercettato, ce lo si può trovare già pronto. Ne ho già scritto la volta scorsa parlando di conte.it: il nome può essere ripreso apertamente e trovare nuovi sensi nella comunicazione. Lo stesso "Star" allora passa da acronimo a traduzione di "stella" in inglese (chissà se in tanti decenni di storia è mai stato usato in questa accezione) a infinito del verbo "stare" (troncato). Di lì il nuovo pay-off che si legge nel video dello spot che inserisco qui sotto dedicato all'altro cavallo di battaglia dell'azienda: "Star in famiglia". Come detto più volte - e come non si stancava di scrivere Jean-Noël Kapferer - il nome di marca si può davvero "gestire".



lunedì 11 novembre 2013

Il caso conte.it: sull'utilizzo del naming in comunicazione

L'altra sera vedevo lo spot di conte.it, l'assicurazione online del gruppo gallese Admiral, con sede a Cardiff. Il settore in cui opera conte.it è senza dubbio in crescita (Linear ad esempio si è distinta, anche in termini di comunicazione, negli ultimi anni) e questo trend ascendente costituisce un successo ampiamente preventivabile, quantomeno se pensiamo alle generazioni avvezze agli acquisti online e che non intendono perdere un'ora o più per una pratica noiosissima come il pagamento dell'assicurazione, magari davanti ad un addetto/a alla riscossione del premio non particolarmente simpatico/a. Ho trovato azzeccata la strategia che pare star dietro la comunicazione di questo operatore del settore. Si parte con un nome di dominio di sole 5 lettere (e per chi fa business online un dominio di 5 lettere vale oro!), un nome che tra l'altro si può leggere sia per esteso, "conte", sia separato, "con-te" (entrambe accezioni positive). Per la campagna pubblicitaria in Tv si sono lasciati ispirare dalla parola "conte" e difatti il protagonista è un simpatico e improbabile conte "all'antica" con parruccone che si spazzola in vasca e poi sta davanti a un monitor di pc dal design barocco-veneziano. Il testo dello spot è tutto giocato su parole come "conte, contento, canta, con te, conte.it". Insomma, mi è parso che una felice strategia abbia funzionato da collante tra naming (e il peculiare, ma sempre più frequente, caso di naming per un business online) e la strategia di comunicazione più ampiamente intesa. Anzi, il vero collante è il naming stesso. Non si deve mai dimenticare che un nome nuovo o un nome già dato possono essere impiegati con efficacia nella comunicazione, facendo sì che tutto converga verso un'unica direzione anziché verso la dispersione della comunicazione in mille rivoli. A costo di essere noioso ripeto che il nome si può gestire. In questo caso è chiaro (anche dal logo) che la pronuncia del nome è "con te" e non "conte", tuttavia si innesca il classico gioco della polisemia pubblicitaria. Prossimamente tornerò con altri esempi.


domenica 3 novembre 2013

Disney da Cars a Planes. Ma non si era sempre detto "guai al naming descrittivo"?

Sono brand fortissimi, eppure i loro nomi presi nella lingua d'origine sono comunissimi, al limite della banalità. Ovvio che nell'esportazione e nello sterminato merchandising che generano guadagnano quell'allure dell'anglicismo. L'eredità importante di Cars si sposta ora su un nuovo soggetto cinematografico di Disney, che del predecessore sembra prendere molto a livello di art. E sembra riprendere anche la strada battuta per il naming. Nome semplice, descrittivo, al plurale. Dalle auto agli aeroplani. Più facile di così. Questa prassi di uno dei più grandi brand della "old economy" sembra mettere qualche dubbio alla decisa esortazione degli esperti di naming, cioè quella di evitare nomi descrittivi e poco evocativi. Lo stesso web, con la sua mania delle parole-chiave e delle stringhe di ricerca, sta riportando a galla la "descrittività" dei nomi, fattore assai appetibile in una ricerca web. Restando a questo nuovo film Disney, ci sembra di stare davanti a un nuovo processo di alfabetizzazione motoristica. Prima conosci le auto che sono "cars", poi iniziamo a salire con gli aeroplani che sono "planes". Cars and Planes, non fa una piega...

sabato 26 ottobre 2013

Nome per comuni che si fondono

I toponimi contengono non di rado, come in una boccia di essenze, la poesia. Se ci pensate si tratta di una domanda affascinante: come e dove nasce il nome di un luogo? I nomi dei luoghi spesso sembrano sprigionare una poesia che si è depositata nei secoli, nei mutamenti e slittamenti di pronuncia, nei travisamenti e persino negli errori di trascrizione cartografica poi magari emendati (si pensi alle cartine austriache dell'Italia settentrionale, piene di errori di trascrizione fonetica, come nel caso della località dove abito, Salettuol, che per gli austriaci era diventata San Nichiol in onore di un santo molto popolare di là del fiume Piave). I poeti stessi più volte nei secoli si sono lasciati trascinare da questo fascino della toponomastica (penso a un poeta come Giorgio Caproni, tra gli altri, ma anche ad Andrea Zanzotto e a moltissimi altri). Ora, vuoi per la crisi, vuoi per una maggiore razionalizzazione delle risorse, si affaccia alla realtà italiana la prospettiva inquietante che i toponimi siano decisi con un atto amministrativo e magari approvati con un referendum. Provo un po' di orrore/terrore a pensare che sia la mente burocratico-amministrativa a pensare ai nuovi nomi di un comune allargato, risultato della fusione di due comune esistenti. L'unica creatività che queste menti possiedono è spesso legata alla stravaganza dei titoli delle ordinanze (in questo la fantasia leghista si è esercitata per decenni). Questo caso di "naming per un nuovo comune allargato" sembra riguardare le zone dove ho vissuto a lungo, il comune di Villorba per la precisione, che dovrebbe fondersi con il comune limitrofo di Povegliano. Per par condicio dirò anche che dovrebbe riguardare il comune di Povegliano che intende fondersi con il comune limitrofo di Villorba, così non s'arrabbia nessuno. Sono emersi alcuni nomi come Terralta Veneta e Glaura e già si litiga o si fanno le battutine ironiche, tipiche di quelli che la sanno lunga (sarebbe da preoccuparsi se non fosse così!). Il problema è che così si pensa di poter dare un nome a un comune allargato con la facilità e rapidità con cui si dà un nome "creativo" a uno dei tanti centri commerciali che hanno reso brutte queste zone, con una velocità pari a quella con cui questi "centri" sembrano ora sparire e ischeletrire il paesaggio (nel caso di uno dei due comuni siamo già alla fase due: cosa facciamo dei centri commerciali che chiudono?). A mio avviso non ci siamo. I nomi sono importanti. Parlavo di "centri commerciali" e pensate a quale grossolano ed esiziale errore urbanistico e di "naming" sia contenuto nell'adozione della parola "centro"...

Cari amministratori, lasciate allora i toponimi così come sono o se proprio serve un nome inventate un nomignolo convenzionale (per carità non un acronimo!) che serva solo alle scartoffie della burocrazia, non ai cartelli o al parlato/vissuto delle persone. O piuttosto, per quel che riguarda le pure esigenze amministrative, sceglietene uno soltanto tra i due contendenti, quello che avrà il "centro amministrativo" e l'altro si tenga senza incazzarsi il nome di frazione, che è molto meglio di veder cancellati due toponimi in un colpo solo dalla piatta creatività degli amministratori e da un nome balordo trovato in tutta fretta. Occorre essere tremendamente conservatori e per nulla "innovatori" in queste inedite operazioni di toponomastica dettate da ragioni puramente amministrative e contingenti. Altrimenti passa l'idea del toponimo "facile" e volubile, mutabile al capriccio. Pensiamo poi a eventuali future implicazioni politiche di questa prassi (non a caso le ultime sostanziose operazioni toponomastiche italiane risalgono al tempo del Fascismo, che pure in certi casi aveva necessità di nominare delle terre sottratte alle paludi). Pensate solo a quale goffo disastro potrebbe capitare se una simile "moda" di cambio di nomi prendesse piede tra gli amministratori italiani, i quali fanno spesso proprie le mode alla velocità della luce. Dopo averci tolto la terra da sotto i piedi ci toglierebbero pure il suono dei nomi da sotto la lingua. E tutto questo perché? A che pro? Perché un vigile deve poter esser condiviso da entrambi i territori e altre sinergie del genere? Le sinergie possono andar bene ma il cambio di nome non mi sembra un grande affare. Anche perché nulla vieta di pensare che domani Villorba possa essere inglobato da Treviso e magari Povegliano possa ripensarci e fondersi con un comune come Giavera... e allora cosa faremmo? Dovremmo disfare tutto un'altra volta come ormai facciamo coi centri commerciali? Per favore no. I tempi e le esigenze dell'amministrazione sono profondamente diversi dai tempi lunghi e pastosi della toponomastica. Mi auguro che la superbia dei piccoli e talvolta napoleonici amministratori non prenda il sopravvento e che in caso di difficoltà chiedano piuttosto consiglio ai poeti, i quali in certi casi vedono molto più indietro (e quindi anche molto più avanti) di una certa fetta di storici locali. Quest'ultimi, nei casi peggiori, non aspettavano altro che momenti come questo per essere interpellati e pronunciarsi con cavilli storico-etimologici o addirittura territoriali e geografici che ormai lasciano il tempo che trovano. Esiste, anche se forse sempre meno, la storia locale di un luogo, ma non possono e non dovrebbero più esistere gli storici soltanto "locali". Sono una contraddizione in termini e spesso diventano creature tirate per la giacchetta dagli amministratori al momento del bisogno, magari per fare il libro patinato di turno. Un valido studioso di storia locale è un valido storico tout court. Peccato ce ne siano pochissimi. E questo non significa che non debbano esistere studiosi di storia di un luogo, anzi. C'è però bisogno di un gran ripensamento attorno a chi pratica la "storia locale". La toponomastica per fortuna è molto più refrattaria delle nostre contingenti esigenze amministrative. E se proprio serve un nome nuovo, cari amministratori, cercate un nome davvero nuovo, che non provi a giustificarsi grossolanamente su una scia storica e che non dimentichi il suono di quelle parole che, con gli slittamenti fonici lenti di lumaca, hanno nominato quei luoghi fino a ieri, lasciando una bava di scia. Sarebbe l'unico modo per salvare, nel suono, anche la storia. Anche se resto convito che la cosa migliore sarebbe lasciare i toponimi così come stanno, lì dove stanno, non inventarsi troppi nomi nuovi e cambiare piuttosto, con maggiore urgenza, le nostre teste.

(Questo è il secondo capitolo dedicato alla toponomastica; un altro post si legge qui.)

domenica 20 ottobre 2013

La tassa "Tasi": che cosa penseranno i veneti di questo nome?

Ci sono sicuramente altre priorità ben più pressanti per il nostro governo, tuttavia penso che male non farebbe se si preoccupasse tre minuti in più prima di dare un nome a una nuova tassa (quello di nominare le tasse è un esercizio noto a chi amministra e la storia è piena di nomi di tasse e gabelle). Si capiscono e si accettano ormai diffusamente gli acronimi, che sono svelti e pratici da affibiare, quasi asettici, con quel loro suono "molto tecnico". Ma talvolta gli acronimi posso assumere dei significati, anche antipatici, e quello del "tax naming" è un esercizio del tutto particolare, con il quale si deve dare un nome ad un prodotto potenzialmente antipatico, anche se in fondo - e qui non parta la sassaiola - non era poi così matto chi parlava della "bellezza" delle tasse (si aprirebbe però una parentesi lunghissima e fuori tema).

Con il recente nome dato alla "TAssa sui Servizi Indivisibili", "Tasi", il governo sembra averla fatta un po' grossa. Per il contribuente veneto che parla dialetto "tasi" significa semplicemente "taci", imperativo che nel parlato è spesso associato proprio al verbo "pagare": "paga e tasi", ovvero "paga e taci", espressione spesso associata al pagare le tasse. Questo naming dimostra forse che, nonostante il petto in fuori di tanti politici veneti, leghisti e non, il peso che sanno far valere nelle scelte anche minime è sempre minore. Questa regione, per molti regno dell'evasione ma al contempo serbatoio fiscale importante, soprattutto al livello delle aziende, dimostra ancora una volta di farsi poco rispettare, anche in questo che è stato definito "valzer" o "scioglilingua" dei nuovi nomi delle tasse. D'accordo, si parla di un nome di una tassa, non è la fine del mondo. Ma sembra quasi la spia di un sistema geoculturale locale che non sa farsi ascoltare a livello nazionale (figuriamoci a livelli ancor più ampi). Immagino già l'ironia che questo nuovo nome solleverà. Chissà perché poi è passato questo acronimo. Nessuno ha detto semplicemente "No, guardate, meglio cambiare nome a questa tassa!", oppure "No, Tasi no, non funziona, in Veneto men che meno". O forse questo che appare come un piccolo errore di "tax naming" trova la sua spiegazione in alcuni versi del poeta Andrea Zanzotto: "Pace per voi e per me / buona gente senza più dialetto...".

martedì 15 ottobre 2013

Naming trends: Spotify, Shopify e la fortuna del suffisso -fy

Il naming non fa certo eccezione e come forme, colori oppure brand tones of voice presenta dei trend più o meno manifesti. Anche il naming ha insomma le sue "mode". Pensiamo soltanto alla fortuna della doppia "o" nel naming per l'online. Spotify ha recentemente compiuto cinque anni e ultimamente si è beccato l'anatema di David Byrne. Un altro nome recentemente in voga, anche se non così popolare come può essere un nome legato alla musica, è Shopify, la piattaforma di e-commerce che consente a persone e negozianti di partire con la vendita online con qualche semplice passaggio. I due nomi, assai assonanti, sembrano usciti dallo stesso calderone e sembrano insinuare il suffisso -fy. Ovviamente è presto per capire se ci sarà un seguito, ma in questo mondo così "virale", due nomi così vicini e già affermati sono abbastanza per iniziare a parlare di un nuovo "naming trend".