Presto si radunerà il conclave e sapremo chi succederà a Benedetto XVI. Avete mai pensato che anche diventare papa è una questione di naming? Dal conclave esce anche un nome per il nuovo papa, annunciato alla fine della celeberrima formula. Spesso la scelta del nome può avere dei significati più o meno manifesti. Tutto questo è comunemente inquadrato nell'etichetta di "nome pontificale". Rimando alla pagina di Wikipedia su questo argomento, dove si possono scoprire curiosità di questa "branca" peculiare del naming (inclusi alcuni errori di naming, soprattutto nella numerazione). Ricordo quando al liceo si scherzava con un amico sul fatto che i papi di nome Sisto si fossero fermati al quinto e che nessuno avesse pensato al nome di Sisto VI (Sisto Sesto) e forse, per qualche giorno, abbiamo persino vaneggiato di chiamar così il nostro neonato gruppo musicale! Proprio sul nome Sisto potete scoprire, sempre nella pagina di Wikipedia, alcune curiosità legate all'ambiguità tra Xystos che significa "liscio, levigato" e il prænomen (nome latino) Sextus che significa il "sesto nato". Sempre in quella pagina potete scoprire il nome più quotato (Giovanni) e i vari hapax, ovvero quei nomi che finora sono stati scelti da un papa soltanto. Le motivazioni che possono spingere un cardinale eletto a pontefice verso un dato "naming" sono molteplici. Curioso sarebbe che dopo Benedetto XVI e quel che si è detto sulla sua rinuncia fosse eletto un "Celestino VI".
La rinuncia di Joseph Aloisius Ratzinger offre poi lo spunto per riparlare di naming delle notizie. Quella della rinuncia del papa è stata davvero la notizia degli ultimi anni. Il settimanale Internazionale è uscito con l'abituale inserto speciale con la riproduzione delle prime pagine dei quotidiani del mondo. La breaking news era troppo grande. Ma come titolare una notizia così grande, sulla quale tutti si erano già buttati? E poi, come si può comportare nella titolazione un settimanale che, per definizione, arriva più tardi su una notizia dirompente come quella? Come potete evincere dalla copertina che ho ripreso sopra, con quell'abilità e arguzia di titolazione tipica di un quotidiano come Il Manifesto (a prescindere dagli orientamenti politici, si può tranquillamente affermare che pochi quotidiani si esercitino in titolazioni più ricercate e ironiche di quelle di questo quotidiano), il settimanale è ricorso alla parola d'invenzione "Papatrac", libero adattamento dalla voce onomatopeica "patatrac". Bello, corto, efficace. Bravi! Condivisibile anche il breve editoriale del direttore Giovanni De Mauro.
(Inquietante poi, per quel che mi riguarda, che nei giorni di questa notizia-fulmine stessi terminando la lettura di Roma senza papa di Guido Morselli).
giovedì 21 febbraio 2013
sabato 16 febbraio 2013
RED Feltrinelli: Read Eat Dream. Il naming dei punti "vendita"
Non divaghiamo. Accontentiamoci del nome. L'acronimo RED rimanda direttamente al colore istituzionale di Feltrinelli, un colore tra l'altro molto centrato nel mondo gastronomico. Il colore rosso si presta poi ad accompagnare anche l'aspetto "onirico" di questa operazione di naming. Tra RED e READ (ovvero l'originario core business del retail Feltrinelli) c'è solo una A di differenza. Il tutto risulta breve e facilmente ricordabile, come si addice al nome di un posto della città da nominare con un certa frequenza nei dialoghi quotidiani, faccia a faccia o appunto in altre forme dialogiche dell'oggi. L'unica pecca che quest'operazione forse nasconde è l'appellarsi ad una parola inglese per una strategia che invece vuole profumare dell'italianità dell'offerta gastronomica. Il concept pare giungere tempestivo: assistiamo ad una rivincita di tutto ciò che è cibo. La televisione, in questo, ha dei tratti pazzeschi e grotteschi. Anche quel che resta della carta stampata non scherza. Sicuramente la formula di Feltrinelli non è ispirata a Gordon Ramsey, ma si inserisce perfettamente in questo filone di gran protagonismo del cibo, di esibizione e sofisticazione, o di semplicità venduta come nuova sofisticazione. Non sto dicendo che questo sia il caso di Feltrinelli, ma sto dicendo che partire e ritornare al cibo sembra ormai diventato un must. Cibo come social network per antonomasia? Divagazioni...
Solo un'aggiunta. Il pay-off di RED, "Sta bene con tutto", sembra alludere a future forme di stretching dell'offerta. In questo caso il nome RED, nella sua neutralità e nel gran contenitore rappresentato dalla D di Dream pare azzeccato.
(Parlando di libri e cibo: qualche editore ha voglia di tradurre You Aren't What You Eat. Fed up with Gastroculture di Steven Poole?)
sabato 9 febbraio 2013
Il naming placement
Avete sentito parlare di product placement? Credo di sì. Quando guardate un film o una soap-opera e intuite che l'occhio della macchina da presa indugia su una marca di salviettine profumate o su un'etichetta di acqua minerale non è certo una cosa che avviene a caso. Si tratta di una nuova (meglio dire "più recente") frontiera dell'advertising. Svariate possono essere le forme e i modi di product/brand placement, discreti e marcati, singoli o plurimi all'interno dello stesso film o sceneggiato. Un esempio marcato di naming placement è stato il film con Ricky Tognazzi "L'ultimo crodino". In realtà ci sono ben più noti esempi di titoli di film che citano brand (Prada, Tiffany) o nomi di prodotto (Maggiolino o addirittura armi, che sono anch'esse brand, come "Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan"). Siamo qui, naturalmente, nei territori di naming e diritto (la mente va alla legge Urbani). A tal proposito segnalo questo ricco contributo disponibile in rete.
Anche in letteratura avviene qualcosa di simile. I bei libri di Romolo Bugaro ad esempio (ma non solo) sono farciti di nomi di marche ovunque, e pur seguendo abbastanza l'editoria non so se ci sia qualcosa di affine al naming placement sotto (in fin dei conti le marche popolano le nostre giornate, volenti o nolenti). Come non lo so, per fare un altro esempio nell'ambito dei programmi da prima serata, se tutti i brand citati dalla Littizzetto, nelle sue (a mio personalissimo e discutibilissimo avviso) ripetitive tenzoni col Fazio nazionale, ricadano dentro un discorso di product/naming placement.
Anche in letteratura avviene qualcosa di simile. I bei libri di Romolo Bugaro ad esempio (ma non solo) sono farciti di nomi di marche ovunque, e pur seguendo abbastanza l'editoria non so se ci sia qualcosa di affine al naming placement sotto (in fin dei conti le marche popolano le nostre giornate, volenti o nolenti). Come non lo so, per fare un altro esempio nell'ambito dei programmi da prima serata, se tutti i brand citati dalla Littizzetto, nelle sue (a mio personalissimo e discutibilissimo avviso) ripetitive tenzoni col Fazio nazionale, ricadano dentro un discorso di product/naming placement.
venerdì 1 febbraio 2013
Sulla presenza della ragione sociale nel nome di dominio
Un blog sul naming potrebbe e dovrebbe risultare talvolta utile. Mi spiego meglio: c'è una pratica del naming "diffusa" ed è quella del cosiddetto "popolo delle partite iva" o di tutte quelle realtà imprenditoriali che necessitano di essere nominate. Pensate ad esempio al vostro idraulico, alla cartolibreria vicino a casa o al bar. In casi simili è assai improbabile che gli imprenditori di turno si rivolgano ad esperti, più facile scelgano tutto in casa o dopo una partita a carte tra amici. C'è però un aspetto che questi soggetti potrebbero contemplare, soprattutto nel caso decidessero di avere anche un dominio internet con il nome della loro attività. Potrei riassumere tutto con un consiglio a evitare di inserire la ragione sociale nel nome di dominio. Chiarisco tutto con un esempio. Se domani dovessi avviare la mia attività Elettroimpianti e allarmistica e decidessi di chiamarla Elettro Impianti Allarmistica e se decidessi di abbreviare il tutto in EIA non cercherei di registrare il nome di dominio www.eia-snc.com o www.eiasrl.com. Anche in ottica di indicizzazione è molto meglio un www.elettroimpiantiallarmistica.com o www.eia.biz o www.eia.info. La ragione sociale può star fuori dal nome di dominio, non è essenziale e in un certo senso non è qualificante. Senza dimenticare poi che la ragione sociale può anche variare mentre il nome può resistere anche alle variazioni di ragione sociale.
sabato 26 gennaio 2013
Il middle management cinese ovvero donne che cambiano continuamente nome
Che in questo blog si parli di nomi e di naming anche in senso esteso credo sia ormai chiaro, almeno a chi ci ritorna. E allora oggi divago e lascio stare prodotti, brand, aziende o servizi. E torno in Cina. Non sono soltanto gli artisti a scegliersi nomi altri, pseudonimi o nomi d'arte. Chi lavora a stretto contatto con fabbriche cinesi sa che il "middle management" di questi siti produttivi è per la stragrande maggioranza costituito da donne che cambiano il proprio nome quando si interfacciano con l'interlocutore occidentale. Conosco personalmente una ragazza che ha deciso di chiamarsi Rose soltanto quando si interfaccia col personale dell'azienda per la quale lavoro, mentre cambia nuovamente nome quando comunica con altre aziende occidentali. Qualche anno fa la condizione della donna nella "fabbrica del mondo" ebbe dei momenti di ribalta grazie al libro-inchiesta di Leslie T. Chang (libro tradotto in italiano col titolo di Operaie da Adelphi in una collana che - tanto per andar fuori dal seminato del naming - porta l'eloquente nome di "La collana dei casi"). Il libro è una lunga inchiesta-fotografia sulla realtà lavorativa della donna in Cina, concentrata esemplarmente nell'area di Dongguang. Se il libro è stato un caso per il successo che ha riscosso, per chi opera in un'azienda con produzione cinese il reportage della Chang non ha certo un effetto dirompente. Si tratta in fondo di cose note, che la Chang ha raccontato bene e forse tra i primi: i turni, gli orari inesistenti, le migrazioni continue, il macigno dello stress, la protesi comunicativa del cellulare come unico varco-feticcio verso il mondo "là fuori", la solitudine "metafisica" della fabbrica e del dormitorio in zone industriali profondamente diverse dalle nostre zone parrocchiali-industriali, l'inglese imparato a fatica come prima via di innalzamento dal livello di operaia ai successivi livelli di "middle management" (etichetta in cui si nasconde spesso l'operatività vera e propria di questi siti produttivi, in ruoli di grande responsabilità, quasi sempre più difficili e delicati dei ruoli operativi rivestiti da uomini). Insomma, chi per lavoro aveva già incontrato questa realtà della donna all'interno delle fabbriche cinesi (e non sto parlando di poche persone, credo) non può certo subire il fascino dell'esotismo o della scoperta sensazionale che - si badi bene - non appartiene alla Chang ma forse all'operazione editoriale planetaria di cui è stato oggetto il suo reportage (nonostante giustamente Adelphi, sin dalla quarta di copertina, provi a dirci che si tratta di una realtà molto più vicina di quel che pensiamo). Provate quindi a immaginare i nomi multipli che queste donne gestiscono. Non dev'essere facile e potrebbe costituire un elemento di ulteriore stress. Loro interpretano queste operazioni di naming su se stesse come un atto di cortesia verso i loro "clienti" occidentali, un modo per metterli ulteriormente a loro agio con nomi dalla pronuncia più agevole, spesso americanizzante (il cinema e lo spettacolo hanno ancora un certo peso sulla scelta di questi "nomi di lavoro" che seguono addirittura piccole mode). Finché si tratta di "identità digitali" siamo tutti abituati a distinguerne molte, ma quando ci si incontra queste persone in carne e ossa, magari alla fiera internazionale, nascono spesso delle situazioni fino a poco tempo fa impensabili. Chissà se un giorno saranno gli occidentali a inventarsi nomi alternativi come "atti di cortesia" verso popolazioni che abitano altri meridiani.
sabato 19 gennaio 2013
Sul naming di Škoda Citigo
L'altra sera ho intravisto lo spot della Škoda Citigo e l'occhio mi è caduto sul nome, su quali lettere si è scelto per un nome pronunciato come l'unione di "city+go". Premetto intanto che credo sia evidente la volontà della casa automobilistica di giocare a viso aperto la propria partita nella categoria delle city car, sin dal naming stesso, che sfiora, almeno nella prima parte, il naming della category stessa. Mi ha incuriosito la scelta di optare per una "i" e non per la "y". Se l'auto si fosse chiamata Citygo, come qualcuno poteva supporre, forse sarebbe stata troppa (almeno a livello visivo) la vicinanza con un nome di un'auto concorrente, la Toyota Aygo, proprio per il finale con le stesse tre lettere. Già inserendo una "i" al posto della "y" le cose cambiano notevolmente e così non sussiste più il pericolo di confondere i nomi Aygo e Citigo. Dopo lo spot mi è rimasta qualche perplessità, non certo sull'auto che probabilmente confermerà il buon momento della casa costruttrice di Mladá Boleslav, ma proprio sul naming della stessa. Sicuramente quando si acquista un'auto del genere è importante l'affidabilità e il prezzo contenuto che si paga per un'auto dalle dimensioni altrettanto contenute. In sostanza si bada al sodo. E su questo non entro nel merito, anche perché nel rapporto qualità-prezzo la casa è forse tra le marche più ben posizionate. Tuttavia mi sono anche detto che se il nome Citigo è in grado di posizionare, forse rischia di non emozionare o evocare (se non quegli scenari urbani affrontati con agilità di manovra e impliciti nelle dimensioni e nella carrozzeria dell'auto stessa). Allo stesso tempo, visto che suppongo che il naming sia stato valutato attentissimamente dall'azienda, ho concluso che quasi sicuramente un nome del genere dovesse servire a posizionare rapidamente un'auto in un segmento strategico precedentemente non presidiato dalla casa. A questo punto, se il naming risponde efficacemente a un'esigenza precisa, resta da chiederci soltanto della pronuncia. Qualcuno in Italia potrebbe leggere il nome proprio come si scrive, addirittura trasformando un nome da pronunciare tronco (anche se senza accento sulla "o") in una parola piana (Citìgo). La pronuncia corretta è invece suggerita dal già citato spot. Staremo a sentire se la grafia scelta per la parola-nome Citigo ingenererà anche pronunce non conformi.
(Un'altra parentesi che si potrebbe aprire è quella riguardante la fortuna del finale in -go in questa categoria di auto piccole. Pensiamo ad esempio anche a Renault Twingo o a Fiat che aveva pensato di chiamare la nuova Panda "Gingo". Come noto poi la casa di Torino fece marcia indietro e recuperò lo storico brand Panda.)
(Un'altra parentesi che si potrebbe aprire è quella riguardante la fortuna del finale in -go in questa categoria di auto piccole. Pensiamo ad esempio anche a Renault Twingo o a Fiat che aveva pensato di chiamare la nuova Panda "Gingo". Come noto poi la casa di Torino fece marcia indietro e recuperò lo storico brand Panda.)
sabato 12 gennaio 2013
L'ispanismo "Movida" per il naming delle "pile degli italiani"
Tra le tante conseguenze dell'uso di lettori mp3 o altre "wearable technologies" c'è anche l'incremento del consumo di pile. Uno si aspetterebbe che allora una innovativa copy strategy si attestasse sui territori della durata (già da tempo però presidiati da Duracell), oppure sui terreni più attuali e pericolosamente modaioli dell'impatto ambientale. E invece no. L'altra sera mi ha incuriosito lo spot di quel ragazzo un po' intontito, probabilmente dall'ascolto di ciò che ha in cuffia, fermato per una sorta di intervista (tipo quelle che un tempo si facevano per il Dash). Il ragazzo si toglie gli auricolari e afferma di utilizzare "Movida", le quali vengono definite "le pile degli italiani". La trovo una copy strategy curiosa: l'italianità riferita al mondo delle pile... chi se la sarebbe mai aspettata? Ed è ancor più curioso ravvicinare questa copy strategy col brand naming, per molti aspetti azzeccato (se non altro per la coerenza tra lifestyle/universo di riferimento e prodotti alimentati a pile), che però sa di Spagna e spagnolo. Si crea quindi una sorta di strano cortocircuito tra questo nome che posiziona molto bene il prodotto nei territori della vita "sempre in movimento" e la strategia comunicativa insita nell'affermare "le pile degli italiani". In altre parole un ispanismo, anche se largamente attestato soprattutto nel linguaggio giovanile, per nominare le "pile degli italiani"! Weird...
sabato 5 gennaio 2013
Il naming di istituzioni culturali: il buon esempio del DOK di Delft
In più occasioni mi è capitato di parlare del naming di istituzioni culturali, argomento di attualità quando si pensa a un nuovo museo-brand, tanto per far un esempio. Si tratta di un argomento che dovrebbe stare a cuore ai manager della cultura nostrani, i quali si sono spesi spesso in nomi orripilanti. Il buon esempio che vorrei citare viene dall'Olanda. Si tratta della "biblioteca ispirazionale" DOK, il cui logo è riproposto qui a fianco. Gli acronimi non sono il massimo e sono pure sfortunatamente di moda. DOK tuttavia è un acronimo indovinato, per brevità, memorabilità, immediatezza. Sta per Discotheek, Openbare Bibliotheek e Kunstcentrum. Il nome presenta poi un evidente rimando a "dock", alla banchina/molo. Come dire... un nome che nasce con le idee chiare, con una semplicità che funzionerà da guida per qualsiasi tipo di iniziativa intrapresa all'interno delle coordinate di Discotheek, Openbare Bibliotheek e Kunstcentrum. Per chi volesse approfondire, qui il sito, anche in inglese. Un ottimo esempio di branding in ambito culturale. Per noi italiani, ossessionati dalla cultural heritage, un ottimo esempio a cui guardare.
(E buon anno a tutti i lettori del blog!)
(E buon anno a tutti i lettori del blog!)
sabato 22 dicembre 2012
Titolare un libro è un'operazione di naming?
Ne parla proprio oggi, tra l'altro, Mirella Appiotti in copertina di Tuttolibri de La Stampa. Mi riferisco alle operazioni di titolazione dei libri (soprattutto di narrativa). La titolazione di un libro, a maggior ragione oggi che è diventata opera di editor, può essere considerata un'operazione di naming? (Questa è una domanda che pongo io e non Mirella Appiotti.) Credo di sì. Innanzitutto va ricordato che quel complesso rettangolo o quadrato che si chiama "copertina del libro" contiene spesso più livelli di nomi e/o naming: dal nome dell'autore (pensiamo anche ai casi di naming di autori come "Wu Ming" o, in passato, "Liala") al nome dell'editore o il nome di collana (argomento già trattato, visto che la collana aspira ad essere una sorta di marchio-ombrello dove ospitare le varie perle). Ma la titolazione di un romanzo in sé è un'operazione di naming? Dicevo che a tutti gli effetti può considerarsi tale, dal momento che il titolo viene a rappresentare il nome del prodotto-libro, una sorta di promessa, un'evocazione, la possibilità di intesa istantanea con un ipotetico lettore (forse ha statisticamente più senso scrivere con un'ipotetica lettrice). Insomma, gli editor sono diventati gli operatori di naming del sistema editoriale. Il tema è tornato alla ribalta con il best-seller di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, che inizialmente pare non dovesse riportare questo titolo. Dato il successo del libro, in molti si sono interrogati se un ingrediente importante dell'impennata di vendite potesse essere ricercato anche in quel titolo inconsueto (a inaugurare una stagione di simili occhiute copertine invece ci hanno pensato, senza troppa esitazione, i grafici editoriali). Come il naming dei prodotti per il supermercato, anche la titolazione di un romanzo non è una scienza, ma aspira a diventare qualcosa di replicabile, analizzabile, quasi standardizzabile, a maggior ragione per il lancio di un esordiente. Detto in altre parole, un espediente per ridurre il rischio e, simultaneamente, una leva di marketing. Quando si pubblica un libro di Camilleri forse, da parte degli editor e dell'editore, c'è maggiore rilassatezza sul titolo: lì il nome che conta è un altro.
sabato 15 dicembre 2012
Il naming per un partito politico
La situazione politica italiana di questi giorni, a dir poco confusa e confusionaria, ci lascia supporre che qualche nuovo nome (intendo "nome di formazione", non certo di politici di peso!) s'affaccerà da qui alle prossime elezioni. E forse, lo possiamo già dire, non esiste terra più desolata di quella dei nomi dei partiti e della politica, un'aridità che poi inevitabilmente si riverbera in quel pastone illeggibile che è la cronaca politica dei quotidiani italiani. Individuiamo, alla rinfusa, alcune tendenze e linee di sviluppo della problematica del naming in politica (magari un giorno, chissà quanto lontano, una formazione un po' nuova si potrà riconoscere anche dal nome che adotterà).
1. Spesso ricorre la parola "Italia" all'interno della denominazione e questo è forse un pleonasmo, anche se può essere visto in contrapposizione ai movimenti localistici che utilizzano un punto cardinale nella loro denominazione. Resta di fatto che non è più un fattore distintivo.
2. Alcuni ricorrono ancora alla parola "partito", ad altri forse suona vecchia e di apparato.
3. Bisogna fare attenzione alle inevitabili abbreviazioni in sigle, visto che due tra i partiti maggiori differiscono, nella loro denominazione in sigla, per una lettera L soltanto (non è il massimo).
4. Alcuni soffrono di una certa ambiguità. Ricorrono (alberoniamente?) alla parola "movimento" per marcare un distacco dai partiti tradizionali, ma prendono sempre più, almeno nel linguaggio giornalistico, anche il nome "diminutivo" estivo-canterino dal loro leader.
5. Una grande innovazione nel naming partitico degli ultimi decenni fu forse quella, banale e continentale, ma inedita e probabilmente efficace per orientare la grande fetta degli indecisi, di ricorrere al nome di un colore per nominare una formazione "trasversale" (anche se il colore è sempre stato un codice distintivo di tanti partiti e/o movimenti, poche volte il colore era diventato nome). Forse da allora il mondo è meno verde, ma questo è un altro discorso.
6. Che il successo di certi movimenti localistici si possa imputare, banalmente, anche al ripescaggio di parole come "liga" o "lega" che hanno una lunga tradizione in Italia?
7. Alcune parole come "libertà" tendono a svuotarsi, a causa dell'appropriazione congiunta su più fronti (pensiamo ad esempio a FLI, SEL e al PdL) o a trasformarsi in inquietanti plurali nel discorso politico; lo stesso può valere per un'altra parola come "alleanza".
8. Altra domanda che talvolta mi faccio: che il sogno proibito di tutti i partiti sia trovare/replicare un naming come "Democrazia Cristiana"? C'è chi prova con una U davanti, in sigla, ma non è la stessa cosa (e lo sanno loro stessi per primi).
9. Di fondo si registra una grande instabilità dei nomi e una massiccia stabilità delle facce. I nomi nuovi delle formazioni fanno notizia soltanto perché sono "nomi di nuove notizie". Un nome come "Ulivo" (senza esprimere alcun giudizio di valore) era per certi aspetti innovativo, soltanto un po'... statico, anche se è vero che i poveri ulivi vengono espiantati dalle loro bellissime terre per popolare anche i volgari giardini del nord.
10. In sostanza, finora quasi nessuno si è distinto per una denominazione originale, che sapesse differenziarsi, essere memorabile e comunicativa ad un tempo, essere pure rispettosa di un programma e degli elettori. I partiti saranno anche andati a lezione di marketing (e su certi aspetti lo notiamo) ma al contempo bisogna dire ai loro professori che è mancata una lezione sul naming.
Che lo specchio migliore della nostra situazione politica siano i nomi che saranno stampati sulla prossima scheda elettorale? Forse non lo specchio migliore, ma semplicemente uno specchio.
1. Spesso ricorre la parola "Italia" all'interno della denominazione e questo è forse un pleonasmo, anche se può essere visto in contrapposizione ai movimenti localistici che utilizzano un punto cardinale nella loro denominazione. Resta di fatto che non è più un fattore distintivo.
2. Alcuni ricorrono ancora alla parola "partito", ad altri forse suona vecchia e di apparato.
3. Bisogna fare attenzione alle inevitabili abbreviazioni in sigle, visto che due tra i partiti maggiori differiscono, nella loro denominazione in sigla, per una lettera L soltanto (non è il massimo).
4. Alcuni soffrono di una certa ambiguità. Ricorrono (alberoniamente?) alla parola "movimento" per marcare un distacco dai partiti tradizionali, ma prendono sempre più, almeno nel linguaggio giornalistico, anche il nome "diminutivo" estivo-canterino dal loro leader.
5. Una grande innovazione nel naming partitico degli ultimi decenni fu forse quella, banale e continentale, ma inedita e probabilmente efficace per orientare la grande fetta degli indecisi, di ricorrere al nome di un colore per nominare una formazione "trasversale" (anche se il colore è sempre stato un codice distintivo di tanti partiti e/o movimenti, poche volte il colore era diventato nome). Forse da allora il mondo è meno verde, ma questo è un altro discorso.
6. Che il successo di certi movimenti localistici si possa imputare, banalmente, anche al ripescaggio di parole come "liga" o "lega" che hanno una lunga tradizione in Italia?
7. Alcune parole come "libertà" tendono a svuotarsi, a causa dell'appropriazione congiunta su più fronti (pensiamo ad esempio a FLI, SEL e al PdL) o a trasformarsi in inquietanti plurali nel discorso politico; lo stesso può valere per un'altra parola come "alleanza".
8. Altra domanda che talvolta mi faccio: che il sogno proibito di tutti i partiti sia trovare/replicare un naming come "Democrazia Cristiana"? C'è chi prova con una U davanti, in sigla, ma non è la stessa cosa (e lo sanno loro stessi per primi).
9. Di fondo si registra una grande instabilità dei nomi e una massiccia stabilità delle facce. I nomi nuovi delle formazioni fanno notizia soltanto perché sono "nomi di nuove notizie". Un nome come "Ulivo" (senza esprimere alcun giudizio di valore) era per certi aspetti innovativo, soltanto un po'... statico, anche se è vero che i poveri ulivi vengono espiantati dalle loro bellissime terre per popolare anche i volgari giardini del nord.
10. In sostanza, finora quasi nessuno si è distinto per una denominazione originale, che sapesse differenziarsi, essere memorabile e comunicativa ad un tempo, essere pure rispettosa di un programma e degli elettori. I partiti saranno anche andati a lezione di marketing (e su certi aspetti lo notiamo) ma al contempo bisogna dire ai loro professori che è mancata una lezione sul naming.
Che lo specchio migliore della nostra situazione politica siano i nomi che saranno stampati sulla prossima scheda elettorale? Forse non lo specchio migliore, ma semplicemente uno specchio.
domenica 9 dicembre 2012
Naming con una sigla: alcune note sul caso di LG
LG è una marca che si è resa protagonista, alcuni anni fa, di una rapida ascesa mondiale. Vent'anni fa, per restare in Italia, pochi conoscevano questo brand coreano. Poi, tra monitor di pc, condizionatori, TV, lettori DVD o telefonini in molti hanno iniziato a familiarizzare con questo nome e con il suo logo. Un nome semplicissimo, due lettere, due consonanti che formano una sigla. Se da un lato converrete che si tratta di un nome facile da ricordare, dall'altro concorderete con simile convinzione che non è certo un nome in sé memorabile. Facilità di ricordo e memorabilità non vanno a braccetto nel caso dei nomi e nel caso delle sigle ("Quattro salti in padella" è forse il caso di nome memorabile ma non facilissimo da ricordare se non supportato da adeguata comunicazione pubblicitaria). Ancora una volta ci troviamo davanti ad una sigla e alla sua presunta neutralità. Quello che questo caso dimostra benissimo ancora una volta è che il brand name è un asset "flessibile" che si può (anzi, si deve) "gestire", plasmare, persino piegare e modellare. Il nome va gestito, non è dato banalmente una volta per tutte e va gestito alla pari di altri asset aziendali. Se quelle due consonanti da un lato davano vita a un nome forse sin troppo neutro, privo di valori-suoni potenzialmente negativi sin dal certificato di nascita (la qual cosa è importantissima per un brand globale come LG), dall'altro non davano certo vita a un nome particolarmente emozionante o evocativo. Che simili pensieri fossero all'ordine del giorno in azienda, quando il nome LG fu collocato in quel logo emoticon sorridente e legato a quel semplice ed efficace pay-off ottimista "Life's Good"? Nel pay-off che unisce "Life" e "Good" è evidente il gioco con le iniziali L e G. Il caso LG è particolarmente istruttivo nell'ambito del naming. Se da un lato ribadisce una certa neutralità e freddezza dei nomi-sigla, dall'altro dimostra come un nome-sigla possa essere "suonato" secondo un dato spartito e veicolato all'interno di valori di positività e ottimismo che sono alla base della comunicazione, in tutto l'universo di prodotti dove LG è presente. Ribadisce poi un concetto chiave, quale quello del dialogo e rimando costante tra nome, logo e pay-off. Quel che ne ricaviamo è la necessità di un approccio olistico alla marca e alla sua vitalità.
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